Intervista alle sorelle Bonotto

Il lavoro del mugnaio

 

 Giovanna: Ma il papà lavorava tutto l’anno al mulino?

Nicla: Tutto l’anno, perché macinavano anche il torsolo di mais per il bestiame, c’erano le macchine per quello e il cilindro per la farina, che era moderno. All’inizio il mulino era fatto per la farina di frumento e quella di granoturco, poi nel dopoguerra hanno comprato il cilindro nuovo, con quello macinavano la farina di granturco e con quello di granturco macinavano i torsoli di mais, mentre hanno lasciato perdere la farina di frumento perché c’erano mulini più industrializzati.

Odilla: Erano proprio macine di pietra che ruotavano.

Giovanna: Quindi quando sono arrivati i mulini industriali negli anni Sessanta non ha più fatto la farina di frumento, perché c’era troppa concorrenza. Ma era solo per quello o anche perché c’erano meno proprietari che coltivavano il frumento?

Nicla: Non c’erano grandi proprietà, normalmente erano piccole proprietà, venivano col sacchettino della farina per il bestiame e quella per le persone che era polenta.  Io sono nata del ’45 e mi ricordo che si mangiava polenta. Sono nata l’8 ottobre, il giorno che hanno fatto il pranzo dei reduci. Lo zio di mio padre aveva 18 figli e son tornati tutti a casa dalla guerra e hanno fatto festa. Mi hanno detto che a me piace avere tanta gente intorno perché sono nata in mezzo a una festa. Tra l’altro ero una femmina dopo 2 maschi.

Giovanna: E lei cosa pensa del lavoro del mugnaio, lei che lo vedeva con gli occhi di bambina?

Odilla: Un bellissimo lavoro: il contadino lavora la terra, produce e tutto quello che fa il contadino lo facevano anche loro, ma facevano qualcosa in più: sceglievano il mais per la farina o per il bestiame: il germe lo lasciavano per far la polenta più buona, mentre per le bestie mandavano più gli scarti. Toglievano la crusca, spogliavano questo grano. Lo sentivano a mano e lo sceglievano. Anche i contadini e i proprietari stessi erano molto accorti: “questo Gino fame par la polenta, questo fame par le bestie. Dopo varda ti.

Erano quasi sempre d’accordo perché parlavano la stessa lingua. Col grano prodotto qua veniva fuori quel tipo di prodotto.

Giovanna: Mi diceva che c’erano due aiutanti, uno dedito ai campi, cosa faceva?

Odilla: Bisognava tagliare, falciare l’erba, raccogliere.

Giovanna: Avevate molti campi?

Odilla: Sì, ma tutti i campi a monte del mulino erano proprietà del cugino e li ha venduti ad altri perché non potevamo comprarli, i fratelli non se la sono sentita, uno perché non gli piaceva star qua e è andato a Jesolo e l’altro, che è morto, faceva il professore.

Giovanna: Suo papà faceva anche la manutenzione del mulino o chiamava qualcuno?

Odilla: Chiamava qualcuno, da solo non ce la faceva: mettevano un palo tra una ruota e l’altra in mezzo alla ruota perché non girasse, levavano i denti che erano fatti di legno, un legno duro di rovere. Anche le ruote grandi, che davano l’avvio al tutto erano di legno, i denti che scorrevano tra di loro erano di legno. Ogni tanto si rompeva uno, allora lo batteva fuori e lo rimetteva. Ogni tanto saltava qualche cinghia, doveva tirarle giù e aggiustarle. Lavorava sempre e non parlava tanto: Tanto me toca a mi, chi me iuta?

Nicla: Per levare i denti quanto si rompevano dovevano prendere una mazza, avevano fatto la leva, non so come, e non facevano fatica. Mio marito, che era grande e grosso, fa: oh, provo io! Non è mica stato capace. Mio padre era magrissimo, era niente e lui con una corda, aveva messo una rotella e tic, toglieva il dente senza far fatica.

Odilla: Erano veri artigiani!

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