I grandi allagamenti del Marzenego

4.  4 novembre 1966. La grande alluvione.

1966: 117 mila ettari sommersi

Questo cambio di ottica e di priorità è evidente nel progetto generale per la sistemazione del fiume Marzenego e dei suoi affluenti steso nel 1962. Intanto il progetto viene predisposto perché la sua realizzazione è condizione indispensabile per costruire la  nuova rete di fognatura della terraferma veneziana approvata nello stesso anno con decreto ministeriale[8] dai Ministeri dei lavori pubblici e sanità. La garanzia del finanziamento statale dà prospettive concrete al progetto.

Poi, rispetto ai lavori proposti nel piano regolatore del 1943 e al progetto del Consorzio di Bonifica Dese Superiore che prevede di sistemare l’asta principale del fiume Marzenego dall’origine fino all’arrivo a Mestre, viene data priorità alla costruzione, a monte di Mestre, di uno scolmatore di piena del fiume che metta l’abitato in sicurezza portandone fuori buona parte delle acque.

Il progetto definitivo non era ancora pronto quando a inizio novembre 1966 un’ondata di maltempo  attraversò l’intera Europa causando solo in Francia la morte di 95 persone. Il 4 novembre 1966 quasi un terzo del territorio italiano fu travolto dall’alluvione. Frane ed allagamenti interessarono le zone alpine e prealpine del Triveneto, in pianura esondarono il Bacchiglione, il Brenta, il Sile, il Piave, il Livenza, il Lemene sommergendo circa 117.000 ha di superficie (7.000 a Vicenza, 21.000 a Padova, 57.000 più 13.000 sommersi dall’acqua marina a Venezia [9], 32.000 a Treviso, 7.000 in provincia di Rovigo)[10]. Le mareggiate si mangiarono letteralmente ampi tratti di costa.

 


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Carta alluvione 1966


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Carta degli allagamenti dell’evento alluvionale del novembre 1966 redatta dal Magistrato alle Acque di Venezia. Ufficio idrografico. Tavola II.

Osservando questa carta degli allagamenti del novembre 1966, il Marzenego ne sembra uscire quasi indenne;  vi è segnalata solo la tracimazione nel tratto dell’Osellino che portò ad allagare l’aeroporto Marco Polo, costruito nella zona di Tessera imbonendo migliaia di ettari di barena. Gli estensori della carta si sono avvalsi di notizie e documenti forniti dagli Uffici provinciali del Genio Civile, Ispettorati provinciali all’Agricoltura, da alcuni Consorzi di Bonifica, dagli uffici locali del Corpo Forestale dello Stato. I dati raccolti hanno evidenziato le situazioni di maggiore gravità, quali le zone di bonifica del Basso Piave e Venezia con le sue isole.

Ma il Marzenego, come già era successo durante le alluvioni del 1951, 1957 e 1960, non ruppe gli argini soltanto nel tratto finale.

Acqua alta non solo a Mestre, ma anche anche nell’entroterra, fino a 2 metri!

Subirono allagamenti nel comune di Venezia Cipressina e Zelarino e, più a monte, Maerne, Noale, Moniego, Peseggia. In alcuni punti le campagne finirono sotto anche a due metri d’acqua tanto che i  sindaci furono costretti ad organizzare servizi di soccorso ed ospitalità alle persone coinvolte[11].

 

Il compagno Minto apre le chiuse

Alla Cipressina è rimasto famoso il “compagno Minto” che di sua iniziativa andò ad aprire la chiusa nei pressi del mulino Gaggian per far defluire l’acqua alta del quartiere, supplendo alla mancanza dell’autorità preposta, ma rischiando una denuncia[12].

Orietta Vanin nel suo racconto di quegli eventi pubblicato nel sito storiamestre.it , scrive:

“Piove da giorni e il vento scirocco sospende e blocca la marea dentro la città di Venezia, ma anche tutta la terraferma ne è coinvolta. Come in un domino, tessera su tessera, crollano le difese di un territorio fragile e ferito da un’idea di progresso che non rispetta la natura di questo ambiente straordinario. Si è realizzato da poco l’aeroporto Marco Polo, prosciugando la barena, ampliata la zona industriale, edificati interi nuovi quartieri dormitorio, di Mestre e di Marghera, altre strade ed edifici, cementificando e asfaltando senza limiti. Governanti e speculatori, insaziabili di terra, hanno disgregato il precario equilibrio tra questa terra e la sua acqua, ora impazzita.

Il 4 novembre del 1966, la pioggia in terraferma, invade le strade catramate che non assorbono, e l’acqua si infiltra ovunque, diviene rigurgito nei tubi troppo stretti, e gorgogliando si spande dai tombini, verso e dentro le case.

Via Castellana, in questo momento, è interrotta e bloccata per la realizzazione di un tratto di fognatura comunale nel nuovo quartiere. Quindi, palazzoni, condomini e abitazioni non sono collegati a nulla, e pioggia e fognatura ritornano per forza di gravità verso le zone più basse.

Ma il fiume, in questo punto, fortunatamente, regge e non straripa. […] Mio padre, con altri abitanti del quartiere, stanchi di aspettare aiuti che non arriveranno mai, rompendo i collegamenti occlusi dei lavori in corso, permise in alcuni punti della strada di far defluire l’acqua.”

(vedi storiamestre.it: Orietta Vanin, La stessa acqua. 4 novembre 1966, 26 settembre 2007)

 

Lucio Brunello ha un ricordo nitido di quei giorni perché il padre, aiutato dallo zio e dal fratello più grande, aveva organizzato tutto per costruire il garage di casa: in quel diluvio sarebbe riuscito ad arrivare al tetto? Con gli occhi di un bambino di 10 anni racconta:

“Rapidamente l’acqua cominciava a salire dappertutto fino ad arrivare al secondo dei tre gradini che portano in casa. I lavori erano terminati, almeno quelli che non si potevano interrompere, e il tetto era finito. Solo successivamente furono finiti gli intonaci esterni, mentre quelli interni non sono mai stati terminati. Ora non si riusciva più a uscire: l’area davanti a casa verso via forte Marghera era completamente allagata. Le notizie che arrivavano erano che sia l’Osellino, che nel frattempo era esondato all’altezza della scuola “L. Radice” a San Giuseppe, sia il Canal Salso, arrivato al livello della strada, non ricevevano più l’acqua. Mia mamma continuava a fare da mangiare e fare le cose come se niente fosse, ma era molto preoccupata, non si poteva uscire nemmeno per far le spese, solo mio papà aveva un paio di stivali in gomma sotto il ginocchio, che erano una dotazione del lavoro. Sono rimasto in casa, credo per tutti i 4 giorni di pioggia, e solo dopo che aveva smesso mio papà mi ha portato in viale Vespucci a vedere dove era arrivata l’acqua, che era ancora sulla strada e ricopriva tante aree del quartiere.”
(link storiamestre.it, Lucio Brunello, L’alluvione, un garage e una vecchia Seicento. Un ricordo del 1966)

 

Anche Lucia Gianolla allora aveva 10 anni e ricorda che

Dalla parte del garage si poteva uscire, ma via Vespucci, che costeggia l’Osellino, era allagata e l’acqua continuava a crescere. Solo gli adulti potevano recarsi fino là a vedere: a noi non era permesso perché troppo pericoloso. I genitori, più che altro i papà, tornavano a casa sconsolati e dicevano che non restava altro che pregare.”

Il bar "da Mansueto" all'inizio del viale San Marco (foto di Antonio Bertato)

Il bar “da Mansueto” all’inizio del viale San Marco, ora non c’è più. (foto di Antonio Bertato)

[Anche questa foto è inserita nell’articolo di Lucia Gianolla. (Vedi storiamestre.it: Lucia Gianolla, I bambini in casa, gli uomini fuori. Il 4 novembre 1966 a Mestre)]

Così per tre giorni Lucia rimase a casa da scuola giocando e pregando con i piccoli amici del suo caseggiato.

Tutta la terraferma è allagata.

Un marconigramma del commissariato di Marghera descrive la situazione in quella zona alle 20.40 del 4 novembre:

“Nel corso della giornata, causa fortunale, fiume Brentella e canali zona bonifica sono straripati vari punti frazioni Ca’ Emiliani, Ca’ Brentelle et Fusina ove immediato est stato intervento quest’ufficio et militari dipendenti. Battaglione anfibio Malcontenta, che habet ovunque prestata la sua opera per arginare acque […] varie baracche [della frazione Ca’ Emiliani, n.d.a.] erano invase dalle acque, prosindaco terraferma habet disposto ricovero persone presso vari alloggi Marghera et bambini presso locale asilo. Stesso prosindaco terraferma habet disposto alloggio in Mestre di 15 persone provenienti Pellestrina in barca[13].”

[segue]

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