MESTRE, anni 80

MESTRE ANNI OTTANTA, IN ATTESA DEL CONTRATTO DI FIUME

IDEE, PROPOSTE, PROTESTE, DENUNCE ATTORNO AL FIUME MARZENEGO.
di Claudio Zanlorenzi
Claudio, uno dei protagonisti dei movimenti degli anni 80 a Zelarino, ricostruisce  – attraverso i numerosi documenti del Centro di documentazione sulla città contemporanea, un ramo di storiAmestre, (Fondo Claudio Zanlorenzi, Democrazia Proletaria di Zelarino, Marzenego anni 80) – quasi un decennio di iniziative popolari e lotte politiche centrate sulla “scoperta” e la valorizzazione del Marzenego. Le vicende narrate mostrano in filigrana la crescita della coscienza civica e politica nata a partire dal rapporto deprivato con la propria terra, l’emergere di una prospettiva ambientalista, che si rivelerà quasi profetica, la vischiosità delle istituzioni, in molti casi un po’ interessate e un po’ ottuse, e il riemergere di una visione positiva nel movimenti per il Contratto di Fiume.
1. Premessa

Le note che leggerete di seguito raccontano l’esperienza mia personale e di altri che, coinvolti politicamente in Democrazia Proletaria o meno, hanno posto il fiume Marzenego al centro delle loro iniziative. L’arco temporale sono gli anni Ottanta e territorialmente sono coinvolti Mestre, Zelarino e i comuni vicini, in particolare quello di Martellago. La chiave di lettura è personale e aperta a ogni integrazione o confronto. La memoria a volte inganna e qualche data potrà risultare errata, ma qui si vuole raccontare più che altro un clima di idee, un desiderio di cambiamento e una volontà di agire che animava alcune persone.

2. Il fiume era perso

L’area mestrina nel secondo dopoguerra cresce moltissimo e in modo disordinato con case, palazzine, nuovi quartieri ovunque, anche a ridosso delle sponde del fiume Marzenego. E arrivano nuovi abitanti dalle campagne attorno, dal meridione, dall’Istria. Si perde il secolare legame del fiume tra gli abitanti del posto e i mulini, dove si andava per la farina da polenta o da pane.

Altra economia, altro modo di vivere: meno contadini e più operai e il pane si compera in negozio, mentre l’uso della farina da polenta crolla.

Si perde, piano piano, il mondo del fiume

Certo il tutto avviene gradatamente. Rimane aperto a Zelarino il mulino Fabris, che va a elettricità e insacca per i negozi fino agli ultimi anni Ottanta; i ragazzi a ridosso dei primi anni Sessanta fanno ancora il bagno sotto il ponte di via Visinoni, a cento metri dalla chiesa, ma poi si va a perdere quest’usanza, gira la voce dell’acqua inquinata. Le sponde sono ancora totalmente libere e percorribili, anche se cominciano a comparire i primi cancelli sugli argini che purtroppo si moltiplicano verso la metà degli anni Settanta. Le proprietà a ridosso delle sponde sempre più chiudono gli argini al passaggio. I mulini hanno quasi tutti un ponticello ciclabile che collegano una rete di trosi alle strade principali[1]. Si perde, piano piano, il mondo del fiume. E’ indicativo di questo stato che i mulini diventino oggetto di ricerche degli studenti della scuola elementare G. C. Parolari[2] di Zelarino;

La Squilla, giornalino della Scuola Comunale di Zelarino (1964)

La Squilla, giornalino della Scuola Comunale di Zelarino (1964)

spesso si chiama Canale Osellino a Mestre e Zelarino quello che invece è fiume Marzenego, oppure come fa La Nuova Venezia nel dicembre del 1985[3] che definisce il Marzenego torrente, ignorando che è fiume e fiume di risorgiva;


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Problemi di inquinamento e conoscenze approssimative

insomma se ne perde quasi completamente la cognizione di esistenza[4].

[4] Si veda a proposito il bel lavoro di Paolo Rumiz, La secessione leggera, Feltrinelli, 2001,   L’autore scrive di un uomo nuovo, insicuro e spaesato nel bene comune che è il territorio in cui vive; e parla della perdita della cultura o dell’incultura delle acque del nostro paese, dei fiumi, dei ponti, degli argini.

In realtà con l’alluvione del 1966 ci si accorge eccome che esiste il Marzenego a Zelarino. I quartieri del centro vengono allagati, ma il rapporto diventa idraulico, la gestione della portata di una incisione sul terreno dove scorre acqua, che si risolverà qualche anno dopo con la rettifica del fiume dalla Ex Cartiera Ca’ Bianca all’Olmo di Maerne fino a Mestre centro; mentre alla Cipressina scorrerà d’ora in poi in una bara di cemento.

Una bara di cemento. Il fiume non è più un elemento vivo

Il fiume non è più un elemento vivo che dialoga con il territorio sotto l’aspetto ambientale, culturale, sociale. Spariscono le anse, ritenute causa del rallentamento del fluire delle acque e dello straripamento, viene demolito il mulino del Gaggian alla Cipressina. Baluardo a questa perdita di conoscenza diretta del fiume sono i pescatori sportivi, perlopiù ragazzi, che nelle stagioni giuste, a volte giorno e notte, si appostano sulle rive.

I ragazzi che pescano: le vere sentinelle dei fiumi

Si può affermare che i conoscitori veri del fiume sono loro. Parlano di buche, gorghi, taglio di erbe, piene, qualità delle acque e versamenti strani. Oltre che di catture, prede sfuggite e di amenità proprie del pescatore. Sono loro le sentinelle del fiume che si accorgono che le cose cambiano in peggio: sempre meno tinche fino a sparire, meno lucci e carpe autoctone e l’arrivo delle specie olloctone: carpe asiatiche, i persico sole, e i devastanti pesci siluri, per non parlare degli odiati pesce gatto. Si può anche affermare che fino agli anni Settanta si mangiava il pesce che si pescava e la nobile pratica attuale nokill, con cattura e foto da mettere in internet era ancora da venire[5]. Si dice che ora con i cinesi si sta tornando a mangiare quello che si pesca.

Il mio interesse per i fiumi nasce proprio grazie a amici pescatori che me lo hanno fatto conoscere quando attorno ai fiumi, Marzenego compreso, calava l’oblio.

[segue]

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