Qualità delle acque e diversità biologica

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ECOSISTEMA FLUVIALE: BIOCENOSI E BIOTOPI, RETI ECOLOGICHE E STRUMENTI DI GESTIONE

  1. Componente vegetazionale e faunistica: descrizione di biotopi e biocenosi.

Durante un’escursione possiamo dunque osservare varie situazioni in base alla distanza dall’asta fluviale ed alle peculiarità della zona visitata (macrofite acquatiche, formazioni erbacee pioniere di greto, canneti, formazioni arbustive e arborescenti ecc.)(fig. 23).

Ogni specie vegetale che vive in determinati habitat è contraddistinta da precise caratteristiche botaniche che identificano l’appartenenza a determinate famiglie, generi e specie; e per tali motivi possiamo utilizzare degli strumenti di riconoscimento che ci aiutano a classificarle, come ad esempio le foglie, le gemme, il tronco, il portamento, i frutti ecc.

  1. La vegetazione ripariale e le principali funzioni

Un esempio di specie tipica che possiamo riscontrare durante una passeggiata sugli argini del fiume è l’ontano nero (fig. 24). E’ una specie che ha delle peculiarità ben note. E’ innanzitutto una pianta igrofila, che predilige cioè la presenza di costante umidità, colonizza spontaneamente sia terreni argillosi sia sciolti, anche frequentemente inondati o paludosi. Le caratteristiche del suo apparato radicale permettono alla pianta di rimanere sommersa per lunghi periodi (presenza di batteri azotofissatori in specifici tubercoli).


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fig. 23 – Sezione tipo di un fiume con esemplificate le comunità vegetali possibili

Sicuramente la funzione principale di questa tipologia di piante è quella di consolidare le rive e le scarpate. Il loro apparato radicale infatti trattiene il terreno e previene così il franare della sponda; resistendo anche alla forza delle correnti e del materiale trasportato.

Quando numerose specie erbacee, arbustive ed arboree ben definite permangono in uno spazio e sono in equilibrio con l’ambiente circostante possiamo parlare di associazione vegetale.

Alcune associazioni vegetali di specie ripariali, che raggiungono una certa complessità, possono evolvere nelle formazioni di boschi e foreste alluvionali ad esempio di Alnus glutinosa (fig. 24) e Fraxinus excelsior. Sono formazioni vegetali azonali molto frammentate e tipiche di quei suoli idromorfi ricchi di humus in cui la falda freatica esercita una costante influenza, e dove il disturbo antropico  ridotto al minimo. In base all’andamento ciclico della falda possono regredire verso formazioni vegetali prevalentemente erbacee oppure verso cenosi forestali mesofile più stabili, essendo in rapporto catenale con formazioni ripariali di salice e pioppo.

fig. 24 – Ontano nero (Alnus glutinosa) [ontano comune, aner, onaro] in basso a sx, si protende sulla riva del Marzenego. Le libellule gradiscono.

fig. 24 – Ontano nero (Alnus glutinosa) [ontano comune, aner, onaro] in basso a sx, si protende sulla riva del Marzenego. Le libellule gradiscono.

Nell’ambito del River continuum concept, il corso d’acqua infatti è come una successione di ecosistemi concatenati, interconnessi con gli ecosistemi più esterni in rapporti catenali. Ogni tratto è influenzato da quello a monte che a sua volta influenzerà quello a valle, in stretta relazione anche con l’ampiezza dell’alveo e dei territori limitrofi.

fig. 25 – Popolamenti di cannuccia di palude (Phragmitres australis) si rinvengono lungo tutto il corso del Marzenego.

fig. 25 – Popolamenti di cannuccia di palude (Phragmites australis) si rinvengono lungo tutto il corso del Marzenego.

L’ontano nero è un albero che può raggiungere altezze elevate anche di 25 m, però spesso lo incontriamo con portamento arbustivo soprattutto nelle zone limitrofe ai corsi d’acqua. Le foglie sono caduche, con inserzione alterna e dotate di un picciolo di alcuni centimetri. E’ una pianta con infiorescenze unisessuali, troviamo amenti maschili lunghi e penduli, quelli femminili sono invece più corti e cilindrici e a maturità diventano di consistenza legnosa. I frutti contenuti in queste strutture legnose sono acheni alati, con diffusione anemofila.

Molte delle specie citate sono spesso utilizzate dall’uomo anche per la costituzione di fasce tampone ripariali (fig. 26), con diverse funzioni, oltre a quelle già menzionate.

fig. 26 – Fasce tampone ripariali in uno schema esemplificativo del Consorzio di bonifica “Acque risorgive” di Venezia.

fig. 26 – Fasce tampone ripariali in uno schema esemplificativo del Consorzio di bonifica “Acque risorgive” di Venezia.

Le colture agricole presenti nel territorio, i reflui civili, le attività industriali apportano infatti quantità di inquinanti sui suoli e nelle falde, e le piante della fascia ripariale sono l’ultimo baluardo difensivo che la natura (o l’uomo) può utilizzare per proteggere l’interezza della rete idrografica (i corsi d’acqua ma anche la laguna, il mare). La vegetazione riesce a controllare l’eutrofizzazione filtrando una buona parte di queste sostanze chimiche (in alcuni casi possiamo avere un abbattimento sopra l’80%) presenti nel deflusso sotto-superficiale, sempre che questa fascia sia interposta tra l’area coltivata e il corso d’acqua; è quindi d’obbligo, in caso di impianti artificiali, valutare correttamente il flusso idrico della zona.

Una fascia tampone costituita da alberi, arbusti ed erbacee, e quindi con un’adeguata distribuzione epigea ed ipogea ed uno spessore non inferiore a 10 m, è in grado di assolvere alle funzioni ecologiche principali.

La gestione selvicolturale per questa tipologia vegetazionale dipende dalle specie presenti, dalle aree di espansione costituite dai terreni golenali, e dal ruolo che devono rivestire; si può lasciare invariata la situazione o effettuare un trattamento di fustaia disetanea con specifici diametri di recidibilità e densità controllata. [Nota: Per un esame dettagliato di queste pratiche colturali si veda il lavoro di Albert Reif e Thomas Schmutz: “Impianto e manutenzione delle siepi campestri in Europa” (INSTITUT POUR LE DÉVELOPPEMENT FORESTIER) scaricabile sul sito della Unione Europea.]

Effetti benefici di una fascia tampone ripariale: nitrati e fosfati sono intercettati ed in parte assorbiti ed immobilizzati nella massa legnosa ed in parte trasformati in azoto gassoso attraverso il processo di denitrificazione condotto dai batteri presenti nel terreno.

Una illustrazione di maggior dettaglio sulle fasce tampone ideate e realizzate per migliorare la qualità chimica delle acque del Marzenego si può trovare nella comoda e sintetica pubblicazione del Consorzio di bonifica “Acque risorgive” : GUIDA ALLA SCOPERTA DI OASI E AREE DI INTERESSE NATURALISTICO scaricabile qui.

Le zone umide sono importanti ecosistemi per molteplici fattori:

  1. a) possono costituire dei bacini di raccolta per i sedimenti, sostanze  nutritive e inquinanti;
  2. b) sono grandi serbatoi di acqua che viene rilasciata gradualmente durante le stagioni siccitose e quando c’é molta richiesta anche per usi irrigui. Nel territorio del bacino del Marzenego se ne possono individuare alcune  che hanno primarie e/o secondarie relazioni con il fiume: le cave dismesse di Noale, quelle di Villetta di Salzano e la golena del Draganziolo a Trebaseleghe.
  3. c) la presenza di torbiere  (particolari zone umide) contrasta l’aumento di anidride carbonica in atmosfera per la capacità di immagazzinare grandi quantità di carbonio;
  4. d) sono inoltre l’habitat di molte specie animali e vegetali, che hanno sviluppato particolari adattamenti per sopravvivere in queste zone;
  5. e) esplicano una funzione di corridoi ecologici o greenway per la conservazione e lo spostamento della fauna locale e adeguato rifugio, quindi mantenimento e potenziamento della biodiversità.
  6. f) utilizzo turistico-ricreativo, ovviamente regolamentato, e diversificazione paesaggistica.

L’ambiente ripariale comprende gli ecotoni, zone di transizione tra il corso d’acqua vero e proprio e i territori circostanti (fig. 23), che possono essere interessati da sommersione, occasionale o permanente in alcuni casi. Le zone umide assumono quindi peculiarità ben definite ed ecologicamente ben distinte, identificabili con la vegetazione presente; di seguito si illustrano le principali caratteristiche di alcune formazioni vegetali tipiche, seguendo un gradiente da zone più aride a quelle con presenza costante di acqua.

  1. I prati stabili

Il prato stabile è costituito da numerose specie erbacee che si propagano naturalmente ed è molto importante sia dal punto di vista ecologico, sia economico (può essere infatti l’ambiente basilare per produzione lattiero-casearia di qualità); è un tipo di coltura agraria che può avere sviluppo su terreni con una buona disponibilità di acqua ed un periodo minimo di permanenza di una decina di anni.

  1. I prati torbosi

Nelle zone paludose si possono trovare alcuni frammenti di prati torbosi, residui di precedenti torbiere tipiche di questa tipologia di ambienti; le principali specie botaniche che incontriamo sono rappresentate dal giunco nero (Shoenus nigricans) dominante sulle specie di Carex sp. (la c.d. caressa per impagliare le sedie) e di erioforo (Eriophorum latifolium).

  1. I prati umidi o molinieti
fig. 27 –  Molinia coerulea

fig. 27 –  Molinia coerulea

Ulteriori formazioni vegetali tipiche sono i prati umidi, cenosi igrofile generalmente caratterizzate da un livello di falda oscillante che deve però conservarsi abbastanza elevato anche durante il periodo estivo; spesso sono originate dal progressivo prosciugarsi delle zone paludose; in essi troviamo un ricco corteggio floristico dominato soprattutto dall’erbacea perenne molinia (Molinia caerulea), che caratterizza con i suoi cespi la fisionomia della vegetazione, e dal giunco nero (Shoenus nigricans), equiseto (Equisetum palustre), valeriana (Valeriana dioica), senecione (Senecio doria) e potentilla (Potentilla erecta). I molinieti  sono stati classificati dalla UE come habitat protetto [6410 Praterie con Molinia su terreni calcarei, torbosi o argilloso-limosi].

  1. I cariceti
fig. 28 –  Carex elata

fig. 28 –  Carex elata

I cariceti sono formazioni ben rappresentate in diverse situazioni ambientali. Le specie del genere Carex (fig. 28) sono infatti numerose e possono colonizzare zone prevalentemente con acqua corrente (C. elata e C. acutiformis) associate a specie come il Galium palustre e l’Iris pseudacorus (fig. 29) o il Cirsium palustre; oppure zone più asciutte dove troviamo la predominanza di Cyperus longus in associazione con la C. elata e la C. davalliana. Non è insolito riscontrare la presenza di Valeriana dioica e di Mentha aquatica. Nel caso di zone antropizzate si ha la colonizzazione della cannuccia di palude (Phragmites australis) associata a Symphytum officinaleCirsium oleraceum ed Eupatorium cannabinum.

fig. 29 – Iris pseudoacorus, pianta rivelatrice di un fossato o uno stagno con buona presenza d’acqua nel corso dell’anno.

fig. 29 – Iris pseudoacorus, pianta rivelatrice di un fossato o uno stagno con buona presenza d’acqua nel corso dell’anno.

  1. I marisceti
fig. 30 – Falasco (Cladium mariscus)

fig. 30 – Falasco (Cladium mariscus)

Sono formazioni vegetali vulnerabili, che hanno una forte dominanza di una robusta e tagliente ciperacea, il falasco (Cladium mariscus) (fig. 30) che colonizza zone con acqua stagnante, in prossimità di fiumi con stabilità di falda e in prossimità di polle. Il marisceto era diffuso in pianura e ora con la riduzione delle aree palustri, l’apporto di sostanze nutrienti e quindi la pressione antropica, la situazione è sempre più critica. E’ un particolare habitat vulnerabile ed è quindi protetto [7210* Paludi calcaree con Cladium mariscus e specie del Caricion davallianae, presente ad esempio nella Palude di Onara -PD- o in un ansa dell’Adige (le marice) a Cavarzere-VE-].

  1. La vegetazione acquatica

Le idrofite sono le piante che possono vivere in condizioni di totale immersione con apparati radicali ancorati al fondo (fig. 23), e completamente sommerse oppure flottanti; sono tipiche la lenticchia d’acqua (Lemna sp.) (fig. 32), specie indicatrice di carico organico e che spesso ricopre l’intera superficie libera dell’acqua, Potamogeton sp. (radicante natante), Ceratophyllum sp. (piante radicanti sommerse), Nuphar sp. (radicante al fondo ma flottante in superficie)(fig. 31),  Ranunculus sp.

fig. 32 – Particolare di un fossato con la lenticchia d’acqua (Lemna minor)

fig. 32 – Particolare di un fossato con la lenticchia d’acqua (Lemna minor)

fig. 31 – Il nannuffaro (Nufar luteum) altra idrofita tipica del lamineto

fig. 31 – Il nannuffaro (Nufar luteum) altra idrofita tipica del lamineto

  1. La componente faunistica delle zone umide

Il territorio di riferimento del fiume può ospitare comunità faunistiche estremamente differenziate a seconda degli habitat. La fauna è la parte “mobile” dell’ecosistema e si sposta proprio lungo i corridoi ecologici presenti nel territorio. Durante una passeggiata lungo il fiume è  possibile osservare, tra l’avifauna nidificante nelle zone umide adiacenti al corso d’acqua o migrante, gli aironi  come quello cenerino (Ardea cinerea), la garzetta (Egretta garzetta), il tarbuso (Botaurus stellaris),  il tirabusino (Ixobrychus minutus), la gallinella d’acqua (Gallinula chloropus), il martin pescatore (Alcedo atthis).

fig. 33 – Alcuni micromammiferi rinvenibili presso le zone umide.

fig. 33 – Alcuni micromammiferi rinvenibili presso le zone umide.

Tra i mammiferi è comune l’arvicola terrestre (Arvicola terrestris), interessante roditore che scava una rete di gallerie sia sopra sia sotto il livello dell’acqua facile da osservarne le tane, molto simili a quelle della talpa (fig. 33). E’ presente anche il moscardino (Muscardinus avellanarius) sicuramente molto più raro.

Il tritone crestato italiano (Triturus carnifex) è un anfibio comune che presenta parti ventrali del tronco di colorazione giallastra, più rara ma presente è la rana di Lataste (Rana latastei); tra i rettili troviamo le bisce d’acqua (Natrix sp. pl.) e il biacco non velenoso (Hierophis viridiflavus carbonarius) noto con il nome di “carbonasso”.

Nei fiumi di risorgiva, come il nostro Marzenego nelle acque più pulite tra i pesci dovrebbero essere comuni il Barbo (Barbus plebejus), la trota marmorata (Salmo marmoratus) e il temolo (Thymallus thymallus).

fig. 34 – Vanessa atalanta

fig. 34 – Vanessa atalanta

E’ facile avvistare la coloratissima farfalla, Vanessa atalanta (fig. 34); gli esemplari si nutrono di infiorescenze di piante come la Buddleja (che è una pianta “alloctona” -proveniente dall’Asia orientale ma ampiamente diffusa e naturalizzata lungo i corsi d’acqua anche da noi e chiamata pianta delle farfalle) e la frutta in avanzata fase di maturazione, il bruco invece si nutre di foglie di ortica. Questa specie vive abitualmente in zone temperate, ma effettua delle migrazioni verso nord in primavera e occasionalmente in autunno. E’ una delle ultime specie di farfalle visibili in nord Europa prima dell’arrivo dell’inverno, spesso mentre si posa sui fiori nelle giornate di sole.

La Vanessa atalanta è anche nota per essere capace di cadere in stato di ibernazione; la farfalla, specialmente nelle zone dell’Europa meridionale,  in grado di alzarsi in volo anche durante una bella giornata invernale.

Non è quindi raro vederne qualcuna nelle ore più miti di giornate invernali, crogiolarsi al pallido sole o posarsi preferibilmente su rocce o pietre.

fig. 35 – Gallinella d’acqua (Gallinula chloropus)

fig. 35 – Gallinella d’acqua (Gallinula chloropus)

La gallinella d’acqua (Gallinula chloropus) (fig. 35) presenta un becco prominente di colore giallo ed una parte rossa, così come lo scudo che si estende al di sopra di esso. La coda è corta ed appuntita, le zampe sono gialle. Il piumaggio degli adulti è prevalentemente nero con delle pennellate di bianco sui contorni delle ali e sul sottocoda.

Nidifica due volte all’anno in prossimità dell’acqua tra le canne o i cespugli della vegetazione ripariale. Durante una passeggiata sugli argini del fiume l’avvistamento è molto probabile, soprattutto in zone riparate e acque calme.

  1. Reti ecologiche: Natura 2000 e ambiti territoriali (SIC – ZPS – ZSC )

Come si è visto sopra l’uso del suolo e le attività antropiche possono alterare lo stato trofico provocando fenomeni di “eutrofizzazione” delle acque, e modificare  i cicli degli elementi, in modo più o meno intenso tanto da sconvolgere lo stato chimico-fisico generale dell’ambiente (eliminazione delle siepi, interramento dei fossati,  abuso di concimi chimici di sintesi nei territori agricoli, impiego di erbicidi non selettivi, escavazioni ecc.). Tutto ciò può portare alla totale scomparsa della vegetazione perifluviale o addirittura dell’intera biocenosi acquatica.

Le direttive comunitarie vincolano i singoli Stati membri al raggiungimento di determinati risultati ritenuti di fondamentale importanza per il bene della Comunità europea.

La direttiva comunitaria 2000/60/CE (Water framework directive) impone ad esempio una riforma legislativa fondamentale in materia di tutela della rete idrografica, sia dal punto di vista ambientale che dal punto di vista amministrativo-gestionale e stabilisce importanti meccanismi di coordinamento con altri strumenti comunitari rilevanti per la tutela degli ambienti idrici, quali le direttive “Habitat” e “Uccelli”.

Nella Direttiva sono illustrate le componenti caratteristiche per valutare lo stato di salute di un corso d’acqua e quindi del disturbo antropico ad esso associato .

Esistono diversi metodi e a tale scopo si menziona l’indice di funzionalità fluviale (I.F.F.), inizialmente Riparian Channel Environmental Inventory, Petersen, che si propone di valutare la funzionalità ecologica dei corsi d’acqua corrente nella loro globalità, intesa come capacità autodepurativa mediante analisi dell’integrità e/o delle alterazioni degli habitat nonché delle biocenosi ad essi associate.

Attraverso l’impiego di schede analitiche, composte da 14 domande e 4 risposte (classi numeriche), che prendono in considerazione le condizioni ecologiche del fiume, quindi la tipologia di vegetazione perifluviale primaria e secondaria, l’ampiezza, la continuità, le condizioni idriche dell’alveo ecc., si può esaminare ogni tratto di fiume; il punteggio finale viene tradotto in 5 livelli/giudizi di funzionalità associati a dei colori convenzionali.

La Comunità europea dunque mantiene il suo impegno nel bloccare il declino della biodiversità. Ulteriore esempio è dato da Natura 2000: una rete ecologica di aree naturali e seminaturali allo scopo di favorire la salvaguardia e la sopravvivenza delle specie e degli habitat europei di maggior valore naturalistico. La sua realizzazione richiede un’individuazione degli habitat che rischiano di scomparire, e l’adozione di strumenti per il governo del territorio in grado di proteggere tale prezioso patrimonio. Nell’elenco dei siti comunitari designati sono prese in considerazione anche le aree seminaturali perché comunque si è sviluppato un equilibrio tra l’attività dell’uomo e l’ambiente che lo circonda.

Tutte le informazioni sulla rete Natura 2000 individuata e descritta  nel Veneto si possono vedere e scaricare su questa  pagina.

Alla Rete Natura 2000 appartengono le zone umide delle cave senili di Noale (SIC n. IT3250017), di Villetta di Salzano (SIC n. IT3250008 ) oggi oasi Lycaena, e di Martellago (SIC n. IT3250021)

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