Per concludere questo viaggio fluviale vorrei avanzare alcune proposte di recupero.
L’idea di recuperare e riallacciare tra loro i frammentati e spezzettati percorsi sulle sponde fluviali, rendendo percorribili e fruibili le arginature nonché, dove possibile, ripristinare la navigabilità, è una sfida per trasformare i corsi d’acqua in vere e proprie “vie d’acqua”.
Dall’inizio del nuovo millennio Mestre è diventata oggetto di numerosi interventi urbanistici ed edilizi, più che mai tutt’ora in atto, che ne stanno trasformando i caratteri che l’hanno contraddistinta fino agli anni settanta e ottanta. La progressiva pedonalizzazione e riqualificazione della zona del centro storico (a partire dalla piazza Ferretto), ad esempio, è essenziale da un punto di vista geografico e antropologico, poiché si riconosce che Mestre ha un centro storico e per questo lo si riscopre e si riabilita, benché nei fatti non sempre questa tendenza si sia trasformata in concrete operazioni urbanistiche.
In questo contesto, le vie d’acqua assumono un nuovo ruolo: danno lustro e piacevolezza al centro storico rivalutando e restituendo quel senso del disegno urbano perduto così rapidamente sotto i colpi del cemento e della speculazione. La recente creazione di approdi per i natanti nell’Osellino fino al ponte tra via Colombo e via Pio X, a pochi passi dal centro urbano e la dibattuta riapertura del rio delle Muneghe, nel tratto tra via Poerio e via XX settembre, sono solo alcuni esempi di un tentativo che, da sottolineare, parte spesso dal basso e dai cittadini impegnati in una ricostruzione culturale del rapporto con le vie d’acqua urbane.

Foto 8. I lavori di riapertura del ramo delle Muneghe
Sarebbe importante cogliere questa occasione per comprendere l’importanza di un’asta fluviale urbana visibile, praticabile e fruibile. Potrebbe essere interessante considerare la riapertura totale del ramo sud tra il ponte della Campana e quello di via Circonvallazione. La recente trasformazione dell’area in zona a traffico limitato e l’ampia pedonabilità dell’attuale via, già riviera XX settembre, potrebbero favorire questa operazione. Più ad ovest verso la confluenza dei due rami, tra via Pio X e via Colombo il ripristino della visibilità e percorribilità degli argini su ambo le rive (qui ancora in buona parte naturali) potrebbe essere preso in considerazione grazie al progetto di un possibile trasferimento dell’area della pescheria, per quanto riguarda la sponda sinistra; mentre la realizzazione del rondò del tram potrebbe essere l’occasione per ripristinare l’accessibilità dell’argine destro.
Per quanto concerne il ramo nord, la grande opportunità di ricreare un accesso al fiume riguarda l’area dell’ex ospedale Umberto I nel tratto tra via Circonvallazione e via Einaudi. A seguito del trasferimento dell’ospedale a Zelarino e dopo la demolizione degli edifici ospedalieri più recenti[46] si è aperta una vasta area, già in buona parte verde, che si affaccia sui meandri del ramo nord. L’ipotesi di recupero riguarderebbe la praticabilità delle arginature in gran parte naturali, sfuggite alla cementificazione, e il ripristino del passaggio per via del Castelvecchio sul relativo ponte in laterizio, oggi del tutto abbandonato e dimenticato.
Culturalmente l’idea di una Mestre grigia, cupa, inquinata, trafficata, disarticolata, caotica, disordinata e rumorosa è dura a morire e si alimenta soprattutto dall’esterno, da quella cometa in via di spegnimento che ha illuminato le fiaccole di Porto Marghera e la annesse fabbriche per quasi un secolo. I destini di Mestre e Marghera si sono solidamente intrecciati nel corso del secolo breve, influenzandosi a vicenda, contribuendo alla costruzione di un’immagine di città-fabbrica-dormitorio in cui tutto doveva essere funzionale alla produzione, alla viabilità e alla logistica. Di quelle cartoline in bianco e nero, che oggi osserviamo con tenerezza, cosa è rimasto? Ma le cose cambiano, le città si trasformano e così Mestre non è mai stata una e una soltanto. La Mestre anfibia, sonnacchiosa e assopita dopo una sbronza edilizionista e speculativa inizia a comprendere i limiti del suo recente passato e la voglia di rifarsi “bella” – in chiave post-moderna – passa attraverso la valorizzazione degli elementi a cui, dopo una sindrome schizofrenica, pareva aver rinunciato repentinamente, quasi fossero oggetto di vergogna per una città fin troppo moderna e popolata.
Le ragioni storiche della rinuncia anfibia sono da ricercare in una serie complessa di fattori che si possono identificare a partire dalla «cornice socioeconomica in cui tale processo è inserito, in quanto è solamente in quest’ambito che risulta possibile individuare i meccanismi a monte della formazione del nuovo paesaggio urbano»[47] .
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[1] La cronaca del dibattito sulla riapertura del ramo della Campana si può consultare al link: http://www.ecoistituto-italia.org/cms-4/index.php?q=node/763 .
[2] Termine impiegato dagli stessi progettisti e che compare sui tabelloni dei cantieri del tram nei progressivi lotti di sviluppo nel centro urbano di Mestre.
[3] La fossa o cava Gradeniga meglio nota come Canal Salso è una via d ’acqua artificiale lunga circa tre chilometri, alternativa al corso del Marzenego, scavata dai veneziani poco dopo la metà del X IV secolo, a l fine di collegare l’abitato d i Mestre alla laguna. La parte finale del canale è stata interrata in due momenti storici diversi: nel 1933 per favorire la viabilità verso la nuova zona industriale di Porto Marghera grazie all’apertura dell’attuale Corso del Popolo e successivamente nel 1968, per un totale di oltre mezzo chilometro di tombatura.
[4] Milanesi, A., L’uva dei morti, in “La villa degli Spalti a Mestre”, ed. Altino, Mestre, 1975, pp. 39-44, cit. in., De Fanis, M., Geografie letterarie, Meltemi, Roma 2001, p. 90.
[5] Non bisogna dimenticare che l’obliterazione dei corsi d’acqua è un processo che non vale solo per la città di Mestre, bensì, per analogia, vale, in quel contesto storico-economico, anche per altre città venete importanti come la vicina Padova. A livello nazionale importanti fenomeni di tombatura delle acque in contesti urbani si segnalano in alcune grandi città come Bologna, Milano e Genova.
[6] Luigino Casarin, insieme a Nevio Anoè, Luis Carlos Barbato, Marino Gomiero, Giampaolo Quaresimin, Claudio Zanlorenzi, Gianni Zanlorenzi, è stato membro del gruppo di ricerca sul Marzenego sfociato nella pubblicazione del volume Il Marzenego. “Vivere il fiume e il suo territorio”.
[7] Corsivo mio.
[8] Aa.Vv., Il Marzenego. Vivere il fiume e il suo territorio., Stabilimento grafico Tonolo, Mirano 1985, p. 23.
[9] Il corso del Marzenego è disseminato di opifici idraulici (riconoscibili da alcune caratteristiche come il salto d’acqua) che alimentavano in particolare mulini e segherie. Nonostante le attività di questi “guardiani del fiume” siano cessate tra gli anni settanta e ottanta del novecento, tra Trivignano e Mestre sono ancora ben riconoscibili le strutture dei mulini Cà Bianca a Trivignano, Fabris a Zelarino; mentre, benché modificati, esistono ancora le tracce dei mulini, situati alle porte del nucleo urbano di Mestre, Ronchin e Gaggian. L’abbandono degli opifici e l’impraticabilità di ampi tratti fluviali hanno allontanato anche la consapevolezza dei problemi idrici dalla maggir parte della popolazione. Oggi la cementificazione e la conseguente impermeabilizzazione del suolo uniti all’abbandono e l’incuria delle incanalature delle acque (realizzate per dare l’accelerazione necessaria a muovere le ruote idrauliche e i successivi salti d’acqua), si configurano come potenziali produttori del rischio idraulico in caso di piene, oltre a fornire al paesaggio un opaco e irriconoscibile ricordo del passato. Sono tuttavia in corso alcuni progetti di piste ciclo-pedonali e greenway tesi a sfruttare i pochi scorci di campagna sopravvissuti nonché le stesse arginature, al fine di recuperare un rapporto col fiume almeno per quanto riguarda il tempo libero.
[10] Il rapporto tra il fiume, il centro storico e le attività delle ville è testimoniata anche dalla presenza di Villa Erizzo-Bianchini lungo via Carducci a soli centocinquanta metri a sud del ramo delle Muneghe.
[11] Il ponte del la Campana fu teatro degli scontri tra austriaci e truppe venete durante i moti del 1848. Fatalmente la sua storia è legata ad episodi bellici come racconta Eugenio Vittoria nel suo libro stampato nel 1977 nella tipo-litografia armena dell’isola di San Lazzaro a Venezia: «Occupata Mestre (1513) dalle truppe imperiali e spagnole di Massimiliano I re di Francia e di Spagna, i comandanti avevano decretato che fossero requisite tutte le campane delle chiese di Mestre per fonderle in cannoni. Trasportandole, una di queste, scivolata dal carro che le portava andò a conficcarsi nell’Osellino. Il fatto passò inosservato, ma alla ricostruzione di Mestre distrutta nel 1513, f u ritrovata per caso vicino al ponte, per una bassissima marea per la quale il fondo del fiume fu ripulito dal risucchio del mare e comparve la campana. Si dice che fu posta nel campanile di S. Lorenzo e che portando un’incisione della Madonna, fosse suonata in alcune feste religiose particolari e in altre occasioni».
[12] L’attuale piazza Erminio Ferretto che prende il nome del partigiano barbaramente ucciso dalle brigate nere fasciste nel 1945, era, prima del secondo conflitto mondiale nominata piazza Umberto I (1900), in onore del re Umberto I di Savoia ma, prima ancora, quanto si teneva il consueto mercato, era conosciuta col nome di Piazza Grande o Maggiore.
[13] La tombatura del ramo delle Muneghe interessa anche la copertura del ponte Umberto I, costruito nel 1925 per collegare via Poerio (all’altezza dell’attuale via della Brenta Vecchia) e la riviera all’attuale via Fapanni a est di piazza Ferretto.
[14] Parentesi mia.
[15] Calabi, D., Svalduz, E., Il borgo delle Muneghe a Mestre. Storia di un sito per la città, Marsilio, Venezia 2010, p. 107.
[16] Ibidem, p. 108.
[17] La definizione di «spazio vissuto» è stata coniata da Armand Frémont ed esplicitata nel suo testo dal titolo “Vi piace la geografia?”. L’approccio fenomenologico, qualitativo e sensibile distingue i lavori di Frémont. «L’abitante si appropria dello spazio nel quale vive. […] L’uomo abitante non si accontenta di avere una casa nella quale si esplica semplicemente la funzione dell’abitare. A essa attribuisce dei valori. Ha dei vicini, conosce i luoghi che lo circondano e ne apprezza i limiti. Egli stesso fa parte di questo spazio al quale attribuisce un certo valore e associa una certa identità», cit. in Frémont, A., Vi piace la geografia?, Carocci, Roma 2011, pp. 97-98.
[18] Paolo Cottino, dottore in Pianificazione e Politiche Pubbliche del Territorio presso l ’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, ha messo bene in evidenza i conflitti, i riusi e il dissenso nell’uso degli spazi urbani sottolineando i fenomeni di spontaneità nel recupero e appropriazione di spazi in disuso, marginali e interstiziali. Vedere: Cottino, P., La città imprevista, Elèuthera, Milano 2003.
[19] La mancanza di segnaletica fluviale si ripete meno di trecento metri dopo quando il ramo sud del Marzenego si infila sotto il manto stradale pedonale della via (già riviera) XX settembre. Questa “dimenticanza” si può interpretare come segno del passaggio dall’obliterazione fisica a quella mnemonica delle acque nella struttura urbana.
[20] Il ponte, la cui precisa datazione è difficile da identificare, è ben visibile nelle carte del catasto napoleonico del 1809 e del catasto austriaco del 1838, nonostante sia accertato che il collegamento fosse di molto antecedente.
[21] «Nel centro storico di Mestre è nota l’esistenza di un primitivo castello, denominato Castelvecchio, edificato attorno all’XI secolo dal vescovo conte di Treviso», cit. in: Ardizzon, V., Baracco, L., Colautti, C., Cunico, E., Mestre archeologica. Tracce di identità dal sottosuolo, Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi – Roma, s.d., p. 8.
[22] Il nuovo ospedale di Mestre, denominato dell’Angelo, si trova lungo la via Paccagnella, tra Mestre e Zelarino adiacente ad una nuova area di espansione commerciale, direzionale e residenziale.
[23] Il Centro Culturale Candiani oltre ad eventi ospita realtà permanenti come il già citato Laboratorio Mestre 900 dedicato alla documentazione storica e urbana della città e della videoteca incentrata sulla storia e quella degli eventi urbani per oltre cinquemila titoli.
[24] Il riferimento è da considerarsi rispetto alle parrocchie bagnate dal rio in questione, quella di san Rocco, all’inizio del percorso e quella di San Girolamo, successivamente.
[25] Prima dell’obliterazione del ramo delle Monache e del prolungamento di via Poerio, la piazza Ferretto – già piazza Maggiore – era compresa, nei suoi estremi, a sud dal ponte della Campana e a nord dal ponte delle Erbe. La presenza dei due rami del fiume che racchiudono l ’area della piazza principale di Mestre ha una valenza significativa.
[26] Anche grazie al ponte ciclo-pedonale che dalla Riviera Magellano porta alla Calle del sale e quindi alla zona commerciale e ricreativa che ruota attorno al centro “Le Barche”.
[27] Noto anche come Parco di via San Pio X
[28] Il tracciato dell’ampio fossato con la tipica struttura a “L” rovesciata, probabilmente già in parte colmato, compare ancora ben visibile nei catasti napoleonici e austriaci.
[29] La rettifica del Marzenego trasforma il fiume in canale. Da qui alla laguna le acque dolci di risorgiva si mescolano con quelle salmastre spinte dalle maree lagunari.
[30] Il piccolo cabotaggio è formato soprattutto da barchini, patanelle, cacciapesca, semi-cabinati, open e cofani. Tuttavia occorre anche segnalare la presenza di imbarcazioni a remi e a vela tradizionali e non.
[31] Un fenomeno simile alla riscoperta delle vie d’acqua navigabili, interne alla città, ha investito anche il Canal Salso che da San Giuliano, passando per Forte Marghera giungeva, prima del parziale interramento, all’attuale Piazza X XVII ottobre. La costruzione all’inizio del 2000 della nuova darsena coperta in via Torino (il celebre Laguna Palace) e il recupero delle aree adiacenti, hanno consentito un importante sviluppo della navigazione privata che, considerato il prestigioso e più vasto contesto, si orienta – a differenza del vicino Osellino – sulla navigazione da diporto formata da imbarcazioni e yacht di importanti dimensioni.
[32] Una porzione significativa dello spazio individuato da questa “penisola” è formato dal quartiere San Marco di cui è ben nota soprattutto l’architettura del “Villaggio San Marco”. Costruito a partire dal secondo dopoguerra, si colloca nell’ambito dei finanziamenti previsti dal “Piano Fanfani” per l’edilizia popolare. L’edilizia composta da abitazioni e villini di due o tre piani si articola attorno ad unità territoriali definibili come “corti”, cioè elementi in grado di definire e delimitare il flusso di persone presenti e consentire così lo sviluppo di relazioni di vicinato; nell’intento generale di riprendere la conformazioni degli spazi tipicamente veneziani e favorire il trasferimento dei residenti dalla città d’acqua.
[33] La strada che conduce all’aeroporto di Tessera e l’inizio della statale 14 per Trieste.
[34] Il parco in questione, ottenuto grazie alla bonifica di una vasta area inquinata di alcune centinaia di ettari è stato inaugurato nel 2003 dopo oltre dieci anni di lavori.
[35] Realizzato a partire dal 1994, copre una superficie di circa otto ettari. È costituito da una tipologia arborea volta a ricordare il bosco planiziale perilagunare formato da carpini, querce, farnie, ontani, pioppi e olmi.
[36] PEEP Bissuola, quartiere Pertini
[37] L’ultimo ponte, seguendo la corrente del canale, è situato presso Passo Campalto, prima dell’interruzione dovuta alla presenza dell’aeroporto di Tessera.
[38] Appendice difensiva sul lato di Campalto della più importante e adiacente struttura militare di Forte Marghera. Venne realizzato tra il 1805 e il 1806 su progetto austriaco e successivamente napoleonico.
[39] Denominato nel tratto iniziale Rio di San Rocco, per la presenza dell’adiacente omonima chiesa.
[40] L’idronimo “Brentella”, declinato nelle diverso sfumature toponomastiche, è comune e molto diffuso nell’idrografia veneta. Generalmente si riferisce a canali artificiali realizzati a collegamento, intercettazione o derivazione di altrettanti fiumi o corsi d’acqua per finalità irrigue o di controllo del regime delle piene.
[41] Bisogna tenere presente che, oltre ad alimentare le acque del fossato artificiale, lo stesso ramo nord del Marzenego era parte integrante del sistema difensivo della cinta muraria del Castel Nuovo di Mestre.
[42] Le vicende che investirono il celebre parco di villa Ponci (oggi Piazzale di Porta Altinate) possono essere annoverate tra le metafore della speculazione edilizia che investì Mestre a partire dalla fine degli anni quaranta. Nonostante il toponimo sopravviva nella memoria degli abitanti, il “parco” è oggi un parcheggio di automobili e sede del mercato bisettimanale. È da segnalare un recente tentativo incompleto di restituire il piazzale all’originario toponimo, riportandolo a zona verde.
[43]Significativa è la conformazione della scuola elementare statale Tiziano Vecellio proprio in via Giardino.
[44]L’idronimo “Brentella”, nel la car ta IGM del 1887, compare anche come canale lagunare inciso nelle barene che dal perimetro sud di Forte Marghera taglia verticalmente il margine sud della gronda per incrociare il canale delle Tresse. Idronimi affini sono che indicano rettifiche e interventi di intercettazioni e governo delle acque per finalità agricole e di bonifica sono diffusi nelle terre che furono della Serenissima e testimoniano il continuo lavorio sul controllo delle acque. Per citare un esempio è di fondamentale importanza irrigua la “Brentellona” o Brentella, canale che dal Piave in prossimità di Pederobba prende l’acqua per bagnare il trevigiano nella fascia a sud del Montello.
[45]Calabi, D., Svalduz, E., op. cit., p. 67.
[46]Il Piano di recupero per il Centro Storico di Mestre ha permesso di salvare gli edifici ospedalieri realizzati all’inizio del novecento costituenti il primo nucleo dell’ospedale stesso.
[47]De Fanis, M., Geografie letterarie, Meltemi, Roma 2001, p. 87.
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