Ecco che, dalla separazione dell’alveo principale, in corrispondenza dell’attuale palazzetto sportivo, poco oltre il passaggio in prossimità della tangenziale, dove il corso d’acqua è rettificato, si entra nella zona di via Olimpia. Da qui i due rami (nord e sud) disegnano un insula stretta e allungata in senso est/ovest: è l’embrione di una città ibrida: di terraferma e d’acqua allo stesso tempo.
Il ramo sud, il quale ha maggiormente subito l’occultamento viabilistico, si mostra e si fa godere per appena un centinaio di metri, in cui la dolcezza dei meandri si accompagna alla bellezza degli argini in gran parte naturali (se si eccettua la sponda sinistra in corrispondenza di via Circonvallazione), che disegnano il perimetro dei giardini di villa Querini. Dalla biforcazione a via Circonvallazione, in poche centinaia di metri tre ponti ciclopedonali, di cui due lignei con struttura portante metallica, collegano le due sponde. L’andamento meandriforme di questo primo tratto non deve trarre in inganno. L’apparente naturalità dello scorrimento cela, in realtà, un secolare lavorio umano basato sul continuo mutamento delle condizioni morfologiche e dunque sulla costante correzione di successivi interventi volti a ridurre o aumentare la corsa del fiume, a seconda dei terreni attraversati. Improvvisamente, però, quella stessa vena del Marzenego si getta sotto il ponte della già citata arteria di traffico, per rivedere la luce circa mezzo chilometro più avanti. Se la prima parte visibile di questo tratto del corso d’acqua è in gran parte percorribile grazie anche a recenti interventi di valorizzazione, e resa ancor più piacevole dalla presenza di una colorita schiera di anatre, ciò non è vero per la parte finale, in cui il ramo delle Monache (o Muneghe) riappare per meno di cento metri solamente prima di riallacciarsi al ramo maestro, che aveva osato abbandonare per poco più di un chilometro. Dunque se tutto il tratto centrale è sottratto alla vista, sotto la riviera XX settembre, a ovest, tale toponimo ci ricorda che, nonostante l’area pedonale, al di sotto vi scorre ancora quel tratto d’alveo che recando seco le acque del Marzenego, ha assunto nel tempo svariati nomi tra cui val la pena ricordare quelli di: Musonel, Rio Cimetto, Ramo delle Muneghe e meno appropriatamente quello di Oselin.

Foto 1. Ramo sud. Cementificazione delle rive presso villa Querini.
Se lo sguardo volge a est e si segue la direttrice di piazza XXVII Ottobre troviamo altri due interessanti indizi: il toponimo popolare preferito alla lunghezza della pronuncia numerica è quello di Piazza Barche, ripreso anche di recente dal marketing del relativo centro commerciale recante sulla facciata, per l’appunto, il nome di “Le Barche”. L’altro indizio è posto di fronte al citato centro commerciale, già magazzini Coin, lato Piazza Ferretto. Un bar e una banca sono ospitati in vecchi opifici[9] ristrutturati il cui piano di calpestio, molto ribassato rispetto a quello della piazza omonima, svela la presenza della ex riva del ramo delle Muneghe. Ramo che si ricongiunge al Marzenego qualche decina di metri dopo, indisturbato e inosservato, celato non solo dal mercato permanente ma anche dalle sbarre di un parcheggio a pagamento. I due rami ricongiunti si possono finalmente rivedere dal ponte di via Pio X, mentre poco a valle, il più antico ponte di via Colombo e quello decisamente più recente di viale Vespucci segnano l’inizio del canale dell’Osellino.
La curiosità che più mi ha colpito riguarda l’estrema vicinanza che il tratto di Marzenego appena descritto assumeva nei confronti del Canal Salso: infatti appena poche decine di metri, in prossimità del centro commerciale “Le Barche”, separavano l’originaria fossa d’acqua salata dal rio d’acqua dolce. L’interramento dell’uno e l’obliterazione dell’altro hanno provocato l’allontanamento delle due vie d’acqua con la conseguente realizzazione di uno svincolo automobilistico necessario a supportare il traffico verso Marghera (in seguito all’apertura di via Principe di Piemonte oggi Corso del Popolo) e la creazione, dall’altra parte, di via Poerio e via XX Settembre funzionale alla valorizzazione immobiliare e allo sviluppo edilizio di quell’area.
Se ci sia posto, o meno, per l’acqua nella odierna città è la questione che pongo in questo testo. Se il ruolo dei corsi d’acqua urbani, periurbani e “rurbani” non è secondario, il problema di cosa farsene è, forse, il vero nodo da sciogliere. Una funzionalità non spontanea ne penalizza in primis la visibilità.
Il tema della visibilità del corso d’acqua è strettamente collegato alla sua fruibilità. Se infatti risulta ampiamente evidente la mancanza di un’unità paesaggistica fluviale in grado di metterne sufficientemente a nudo le aste nel centro abitato di Mestre, ancor più difficoltosa è la percorribilità dei tratti che affiorano in superficie. Insomma, non esistono che rare zone della città in cui la via d’acqua riesce a sposarsi in modo simbiotico con lo scenario urbano.
Se prendiamo in considerazione la diramazione fluviale del Marzenego all’altezza del palazzetto dello sport di via Olimpia, stando sulla sponda sinistra, il fiume è visibile per un tratto di poche decine di metri a fronte dell’omonimo parcheggio a raso. La recente piantumazione di alcune specie arboree ha tentato di rendere questo tratto di arginatura più piacevole senza tuttavia spingersi oltre il mero arredo urbano. In questa zona, grazie anche alla presenza, sulla riva opposta, della villa Querini il cui parco è stato solo in parte conservato e sul ramo nord di un’area incolta e non edificata compresa tra la ferrovia e via Wolf Ferrari, la vita fluviale è animata da alcuni anni dalla presenza di anatre che hanno trovato un luogo ideale in cui riprodursi. Tuttavia, restando sull’asse fluviale che assumerà i connotati del rio delle Muneghe, l’argine destro è di fatto non praticabile a causa delle edificazioni che assediano l’arginatura, in particolare nell’area compresa tra i ponti ciclo-pedonali che collegano via Olimpia a via Bonaiuti e via Olimpia alla riviera della già citata villa Querini. La presenza della suddetta villa[10] eretta nei pressi del fiume protetta dal suo parco e circondata di edifici rappresenta certamente un utile ossimoro in grado di farci riflettere non tanto sul rapporto tra città e i suoi beni culturali quanto sul rapporto tra la realtà delle numerose ville mestrine – testimonianza di quanto Mestre potesse essere un luogo attrattivo – il centro storico, relativamente prossimo alla vicina campagna, e il fiume che connetteva tali ambiti.
Focalizzandosi sull’attraversamento di quest’ultimo ponte, che ci porta sulla riva destra del suddetto ramo, il prolungamento del parco della villa regala alla città un scorcio di appena duecento metri che oso definire “da sogno” (se si eccettuano le arginature in cemento sul lato sinistro per favorire la realizzazione di posti auto e garage), il quale puntualmente si infrange come un brusco risveglio da motori in accelerazione e clacson, in corrispondenza dell’inizio del tombinamento di via Circonvallazione; lì dove la mannaia della speculazione ha reso incomprensibile, ma non del tutto inutile, il toponimo di riviera XX settembre. Questo breve tratto appena descritto consente una fruibilità del fiume di tipo ciclo-pedonale abbinando la dolcezza del parco di villa Querini alla mitezza del sinuoso andamento meandriforme. A questo punto il fiume scompare alla vista percorrendo in apnea via XX settembre (già riviera), via Poerio per poi transitare tra il centro commerciale Le Barche e la pescheria con le sue caratteristiche cupo-lette bianche e riabbracciare il ramo nord appena prima del ponte di via Pio X.
A proposito di toponimi appannati e poi dispersi nella nebbia delle trasformazioni urbanistiche, ancora molti mestrini non dimenticano quello legato al celebre Ponte della campana[11]. Posto a collegamento tra Piazza Ferretto[12] e l’attuale via Poerio, compare nelle immagini di numerose incisioni e cartoline mestrine fino alla seconda metà degli anni cinquanta, quando sparisce sotto la coltre di asfalto che dilata idealmente il ponte da villa Querini a Piazza Barche[13]. Forse non è un caso se il soggetto preferito da molti fotografi gioca sulla riproposizione di scorci mestrini anfibi ed in particolare (ma non solo) il ramo sud del Marzenego il quale, tra la fine del XIX secolo e gli anni trenta del successivo, è oggetto di continue riproposizioni fotografiche soprattutto per fini “proto-turistici” rivelanti paesaggi immortalati in affascinanti cartoline.
Oggi anche il solo pensare di spedire ad amici e familiari una cartolina da Mestre (ammesso che si trovino in vendita!) potrebbe far sorridere gli stessi mestrini, benché sia innegabile che la situazione, almeno nel centro con la sua pedonalizzazione, sia moderatamente migliorata.
Contestualmente al rio delle Muneghe è possibile notare come la tombatura sia avvenuta in periodi successivi, a partire dalla necessità di allargare il ponte della Campana. Se storicamente le maggiori trasformazioni urbane in rapporto all’occultamento dell’idrografia mestrina avvengono tra la fine dell’XIX e l’inizio del XX secolo, non necessariamente sono, almeno in origine, di tipo conflittuale.
Mezzo secolo prima della copertura totale di questo ramo di Marzenego, alcuni progetti erano volti alla valorizzazione del corso d’acqua: «Due progetti (del 1891)[14] del tecnico comunale Giovanni Fantinato prevedevano la demolizione e la ricostruzione di un tratto del muraglione che fronteggiava la via delle Monache; in ogni caso, comprendevano quella sostituzione dei muretti di sponda del canale con ringhiere di ferro battuto che trasformavano la riva in un luogo pittoresco di passeggiata»[15].
Appena vent’anni più tardi, con la costruzione della galleria Vittorio Emanuele, non casualmente somigliante a quella milanese, come il gusto europeo imponeva, si decise di allargare, a monte, di circa cinquanta metri, il ponte della Campana e negli anni prima della seconda guerra mondiale l’aumento della spinta immobiliare si fece sentire sui terreni della zona a sud del corso d’acqua. I prodromi della spinta speculativa post-bellica sono già in atto: «Il piano del 1934 e i suoi adattamenti successivi prevedeva dunque la copertura del fiume dal “ponte della Campana” lungo riviera XX Settembre fino all’attuale via Circonvallazione, anche se questi interventi saranno davvero realizzati solo tra fine anni cinquanta e inizio sessanta»[16].