Intervista a Gianpaolo Quaresimin

[segue]

Liberi di muoversi lungo il Marzenego

Giov.: Dicevi che le acque del Marzenego erano limpide, mentre io sento dire che il Marzenego è fangoso di suo.

Gian.: Non so. Noialtri delle volte, scherzando, bevevamo anche l’acqua, nella stagione primaverile e autunnale ci pareva abbastanza pulita. Negli ultimi anni qualcuno ha fatto un uso non bello del fiume, perché mi pare che c’era un macello a Noale, anche se hanno purificato prima de buttare, ma quello intorpidiva.

Giov.: Mi par di capire che il Marzenego per voi non era un pericolo, ma una risorsa.

Gian.: Il Marzenego era tutto. D’estate era anche la nostra piscina, andavamo a nuotar tutti i giorni da maggio. Tutti i mulini avevano il passaggio a destra e a sinistra. Il Fabris è stato uno degli ultimi che ha chiuso, mi pare. Ma più basso c’è quello delle cape, che non so chi gli ha dato il permesso di costruire e ha occupato l’argine completo, quindi non si passa più. Fermati 4-5 metri prima! Tuttalpiù fai passar coi mezzi per caricar le cappe e andar via.

Giov.: Tu hai il ricordo che si passava sugli argini?

Gian.: Tutti liberi.

Giov.: Che percorso facevate?

Gian.: A quell’età là, 13-15 anni, andavamo fino alla ferrovia a ridosso di Mestre e dall’altra parte oltre Trivignano, era tutto libero, non c’erano i cancelli. Che poi fino all’ultimo ne ha messi due il Consorzio Dese Sile. Al mulino Scabello hanno riportato un po’ di terra, hanno rialzato di 40 cm le sponde . Ma se questo è il passaggio della passerella in legno del mulino, a destra e sinistra hanno messo due bei cancelloni in ferro con scritto: Vietato. Consorzio bonifica Acque risorgive.

Allora era tutto libero e noi ci godevamo, ma c’era anche qualche pericolo perché qualcuno diceva che su uno dei gorghi del molino Fabris, o poco più su – lo chiamavano il gorgo dei 7 negai –    dovevamo star attenti. Quando c’erano gli isolotti sul fiume per un po’ di metri l’acqua andava giù gradatamente, e allora là imparavamo a nuotar a gatto. Quando i più grandi ci vedevano un po’ più scaltri – il fiume era largo 8-12 metri e non di più – ci prendevano e ci mettevano in mezzo, ci seguivano, si imparava a nuotar.

Giov.: Eravate solo maschi?

Gian.: Sì, le mie sorelle hanno sempre brontolato: e noialtre come facciamo a imparar? Solo masc-i. I maschi andavano a pescar, le sorelle venivano tacà casa, quando c’erano queste piene. La Milena aveva coraggio, ci mettevamo proprio sulla punta, dove c’era la peschiera, buttavamo giù la canna con due vermi di solito, raccolti per terra sull’orto oppure quando calava il fiume li raccoglievamo sui bordi e prendevamo 2 pesci gatti al colpo. Gustosi, buoni, mia mamma si dava da far, li faceva in umido o fritti. Ma se il fiume era calmo non prendevi quasi niente. Di notte prendevi qualche bisato, avevo un vecio di fronte che mi spiegava i trucchi, e d’estate in maggio qualche tinca, ma rare, rare. Molto belle.

Giov.: Altrimenti pesci gatti e qualche luccio?

Gian.: Sì ma molto rari, solo quando c’erano le piene, perché noialtri avevamo tecniche molto povere, tutte canne da bambù.

 

A caccia di rane

Gian.: Ero il figlio più vecchio e aiutavo a casa, perché mio papà, siè fioi, eh. Di giorno andavo a rane, c’era gente che andava di sera col ciaro a carburo. Rubavano le rane che spesso erano accoppiate e le infilzavano con una spunciariola da 30-40 spuncioti. Anch’io le spunciavo, nessuno che mi avesse insegnato a rispettar la natura. Andavo con l’ancoretta a tre ami che serve per prendere anche il luccio. Lo spago sarà stato lungo un metro e mezzo due e stando acquattato andavo sia sul Marzenego che lungo i fossi o sulle peschiere e davo un colpo là, tac. Avevo un filo della dinamo in rame, impiravo la coscia della rana e mettevo giù. Andavo a casa con a fianco dieci, venti rane che sgambettava. Poarete!

Giov.: Dov’erano queste peschiere?

Gian.: Ce n’era una serie a ridosso del Marzenego ma anche in via Visinoni, si vede che era una zona un po’ bassina. Peschiere le chiamavano, perché tranne in estate che si seccava tutto e allora gli animali morivano, avevano sempre acqua. C’erano canne palustri, nascevano girini, giocavamo con ‘sti girini e un giorno ho scoperto un anziano che andava a portar le rane alle trattorie e le lasciava perfette. Aveva un fiocchetto rosso di lana in fondo a una canna bella lunga, 5 metri. Muoveva il fiocchetto sulla peschiera e loro vedevano ‘sto rosso e si attaccavano. Quando che le tirava su il pericolo era ormai grande e si mollavano. Allora le prendeva al volo, aveva una cesta a due coperchi, e via, le metteva dentro e arrivavano fin al momento della trattoria perfette.

In più andavo insieme con le donne sui fossi in cerca delle canne alte, c’era anche qualche amico mio delle volte, in braghe corte e scarpe per non farci male. Facevamo dei mazzi e dopo ci davano qualche soldino quelli che facevano le scope – c’era Salviato – per il terrazzo a Venezia.

Giov.: Andavate a settembre?

Gian.: Penso di sì, perché bisognava che i pennacchi fossero belli. Fine estate. Andavamo dentro in acqua col falcetto.

Giov.: C’erano dei sentieri di campagna che portavano al Marzenego?

Gian.: Si, so che ce n’erano alla Cipressina e anche per andar al mulino Fabris, che è stata una sconfitta piena per gli ambientalisti perché si continuava a passar su un ponticello che dicevano che era di   duecento anni fa e c’era un sentierino. Una notte il signore che abitava là ha messo una catena e il giudice “imparziale?” gli ha dato ragione e l’ha fatto chiudere per sempre. 17 anni fa – abitavo già all’Olmo – portavo mio nipote prima al nido e poi alla scuola materna con la bicicletta e passavo su questo sentierino che da via Selvanese e per il mulino Fabris arrivava in Castellana, la scuola materna era là. Pian pianino è sparito.

C’era anche un troso affiancato alla ferrovia Venezia Udine. Dove c’è il ponte sul Marzenego era un po’ più stretto e un po’ più rischioso. Un giorno mio moglie passava di là per andar a parlar coi professori al liceo Morin e ga ciapà na incarnada da un ferroviere. Ma se non ci sono collegamenti! Per andar da Zelarino al Morin alla Gazzera bisogna far il giro di mezza Mestre. Se un domani faremo un passaggio ciclopedonale in quel punto, invece di sottopassi faraonici, impariamo dall’Olanda: scavano, fanno un bel muretto alto un metro e mezzo, si passa tranquillissimi, basta volerlo far.

 

Il gorgo maledetto

Giov.: Dicevi che c’erano anche dei pericoli sul fiume.

Gian.: Sì. Sarà stato il ’53. Conoscevo appena ‘sto fio. Ci trovavamo tutte le volte dopo mangiato, anche subito alle due, si facevano tuffi, si saltava. Era abbastanza secco e c’era un gorgo e poi un altro gorgo, quello maledetto.

Giov.: In che zona eravate?

Gian.: Un paio di gorghi o forse l’ultimo gorgo prima del Ronchin. Dopo circa 80-100 metri c’era il mulino. Loro si son messi a giocare, due tre fioi, dieci e ‘sto Saverio non si è accorto che si avvicinava all’altra buca ed é scivolato dentro. Io coi miei amici eravamo là e il gruppo suo della Gazzera era sul lato sud.

Hanno cominciato a chiamare, e un po’ dopo sono arrivato.
Paolo ti te sé l’unico!”
Sapevo nuotare solo a gatto, però mi son buttato lo stesso, un po’ più in là per attraversare il fiume, ho detto: ghe vado incontro.

Son montato sull’argine e mi son buttato. Speravo di arrivargli da dietro, invece…avevo perso un po’ di forze e come sono andato vicino el me ga ciapà. Aveva 11 anni, io 13. Coi piedi spingendo bene l’ho tenuto che respirava ancora, però era avvinghiato in maniera terribile. Dopo abbiamo preso ad andar su e giù. Basta, non son sta più bon. Gavea na forza sto fio: grosso come me, ma più basso.

A un dato momento, dovevamo esser già due tre metri sotto, c’era fango, acqua scura, ho detto: mi go i polmoni che scopia! Ho bevuto, mi son riempito i polmoni, ho rischiato di morire. Invece lui ha perso un po’ di forze, ha mollato tutte e due le gambe, e dopo so arrivato sopra sfinito. Un mio amico mi ha dato una mano e me ha tirato indietro. Quelli della Gazzera si son messi a urlare e son corsi a casa.

Noialtri semo rimasti là immatonii. Se a scuola ci avessero insegnato che bastava buttar una canna, facevamo passamano e forse lo salvavamo. Invece s’è rivà so mama, urli!   E’ arrivato anche il prete.

E’ venuta una barca e dopo mezz’ora l’hanno trovato, con dei rampini sono riusciti a prendergli il costume e lo hanno tirato su. Cadavere.   Hanno provato a fare la respirazione artificiale, niente.

I carabinieri son venuti a interrogarmi, era la prassi.

Ecco anche questo è il fiume, l’ho vissuto in prima persona, ho avuto la febbre per due giorni.

§ § §

Pages: 1 2

Post navigation