Parole del fiume – BOSCO

 

2. II boschi come bene economico e sociale.

Maggior peso per la conservazione dei boschi avevano i fattori economici e sociali. La proprietà spettava in gran parte a enti ecclesiastici, spesso per antichissimi titoli, e a famiglie nobili veneziane, ma come s’è visto questa circostanza non era affatto garanzia di sopravvivenza. Il Brombeo di Chirignago, il Valdemare e il Palù di Carpenedo erano beni pubblici: il primo apparteneva alla categoria dei comunali, fondi statali dati in uso ai comuni; i secondi erano comugne, in libero possesso degli abitanti della villa di Carpenedo per antica concessione livellaria del vescovo di Treviso. In questi casi, i cosiddetti comunisti avrebbero dovuto avere tutto l’interesse a preservare una vitale riserva di legna, legname e altri prodotti per i consumi delle famiglie, o un cespite di reddito monetario proveniente dalla vendita della locazione del bene a terzi o dalla vendita degli assortimenti forestali.

Un querceto, importante risorsa per una Repubblica marinara

Un querceto, importante risorsa per una Repubblica marinara

Dopo che nel 1813 l’amministrazione dei loro beni era stata trasferita al Comune di Mestre, i frazionisti di Carpenedo si diedero da fare per recuperare il godimento del Valdemare e del Palù e dei pascoli del Vallon e del Tinto, cosa che avvenne nel 1839, e l’anno dopo costituirono per la loro gestione la “Società dei 300 Campi del Colmello di Carpenedo”, tuttora esistente, facendosi per maggior sicurezza riconfermare l’investitura dal vescovo di Treviso.
Però nel 1851 la “300 campi” chiese all’ispettorato forestale l’abbattimento del Valdemare e la ceduazione del Palù, servendo parecchio denaro per costruire la nuova chiesa parrocchiale. Le autorità competenti respinsero l’istanza, in considerazione delle migliorie in atto e del deprezzamento derivante dalla conversione ad arativo di un fondo soggetto a ristagni. Un secolo e mezzo prima, i loro omologhi di Chirignago si erano mossi soltanto a cose fatte – ma ignoriamo i motivi del ritardo -, dopo che i Provveditori sopra beni comunali avevano deciso di vendere il Brombeo e già provveduto ad alienare parte del fondo a privati; e fu soltanto perché il Senato, giudicando il bosco di preminente interesse statale e classificandolo come bene demaniale – Publico Capitale -, intervenne nel 1701 ad annullarne la vendita, che la comunità locale vide riconfermati i suoi diritti sulla legna dolce da fuoco.

3. Le politiche amministrative dei boschi.

Se dunque il patrimonio boschivo veneto fu per il momento almeno in parte salvaguardato, ciò si dovette in buona misura alla severa legislazione forestale introdotta dalla Serenissima proprio nel Quattro e Cinquecento, e in particolare all’istituto della riserva statale sui roveri per le costruzioni navali e le difese a mare di Venezia; un atteggiamento di tutela proseguito, come rivela il caso di Carpenedo, dalle successive autorità austriache – che si opposero anche per il sospetto che la ceduazione fosse l’anticamera dell’abbattimento di quei boschi.

L’azione del governo non preservò soltanto i boschi, ma portò localmente anche ad alcuni miglioramenti. Un intenso e sregolato sfruttamento aveva ridotto i rovereti in uno stato di povertà e di dissesto: agli albori dell’età moderna, i relitti della foresta planiziale erano per lo più boschi cedui, semplici o composti, di scarsa densità, adatti principalmente alla produzione di legna da ardere, al pascolo e alla caccia.
A Chirignago, il Brombeo era descritto verso fine Seicento come adatto solamente “da legne da fuocho”, “senza roveri ma pieno di spine et noseleri”. Però nel 1698 un’ispezione vi rintracciò qualche quercia adulta e censì 5.200 roveri “semenzali”. Tre anni dopo, un’altra visita verificò che da circa 30 anni erano ricomparsi i roveri, e se ne contarono circa 6.000 “di vigoroso nutrimento, oltre infinito numero di semenzali che si vanno allevando”. Fu allora che il Brombeo venne posto sotto il controllo dell’Arsenale. Nel 1792 esso era “forse il migliore tra i boschi di questi contorni” relativamente ai roveri per le costruzioni navali. Nel 1826 risultava “tutto forte di rovere ed in poca parte di olmi”.
Alla metà del secolo, in via di miglioramento appariva anche il Valdemare di Carpenedo; giudicato adatto alla crescita delle querce, vi erano stati realizzati dei rimboschimenti e rafforzata la sorveglianza.

Nell’Ottocento la superficie boschiva compresa nel territorio mestrino patì comunque una diminuzione. Nell’area di Campalto, Terzo e Tessera, corrispondente proprio al bacino dell’Osellino, l’ultimo resto, il Campalto, scomparve dopo il 1805 e prima del 1887.
Entro il 1841-42 sparirono anche i boschi di San Zulian di Carpenedo. Nella seconda metà del secolo, a modificarne topografia e struttura intervennero la costruzione del campo trincerato e le ferrovie. Il forte Carpenedo (1887) fu collocato proprio al centro del Valdemare. Il tracciato della linea ferroviaria Mestre – San Donà – Portogruaro dal 1886 penetrava il bosco di Carpenedo sul margine sudorientale e più oltre le Spinere di Dese e il Bosco Lungo di Gaggio.
Pure con questi intacchi, tuttavia, sullo scorcio dell’Ottocento la copertura forestale si può dire ancora sostanzialmente conservata. La fine arriva con il nuovo secolo e si consuma molto rapidamente. Nei primi anni del Novecento risultano già fortemente ridimensionati i boschi di Dese e Gaggio.


Passa col mouse per ingrandire

La situazione nel 1887. I boschi sono colorati in rosa. (IGM “Uso del suolo”)

 

Il colpo pressoché definitivo è poi assestato dalla guerra del ’15-’18.
Scompaiono allora i grandi boschi del Brombeo, del Palù e del Valdemare. A Chirignago, il fabbisogno di legname da costruzione per le operazioni belliche e di combustibili giustificò massicci tagli per il rifornimento dell’esercito. Nell’estate 1918 il Comune chiese e ottenne l’abbattimento di tutte le piante residue e la loro vendita ma non la trasformazione del fondo in terreno agricolo: l’ispettorato forestale infatti vincolò parte del prezzo per un successivo rimboschimento. Dopo la guerra, i piani del Comune andarono a buon fine perché le autorità superiori non vi si opposero ulteriormente. L’amministrazione poté escludere la ricostituzione del Brombeo, per ragioni tecniche – l’inadeguatezza del terreno, argilloso-calcareo, irregolare e soggetto a ristagni, alla silvicoltura – e “morali” – i continui furti che avevano molto danneggiato in precedenza la vegetazione. Con la fine del 1920 l’intero fondo fu venduto all’asta ad agricoltori, prevalentemente del luogo, che ne avviarono la trasformazione in coltivo.
Anche i boschi di Carpenedo furono oggetto delle attenzioni militari. Nell’inverno del 1917 il comando della Terza Armata ordinò l’ esproprio immediato di quanto restava del Valdemare. Questo bosco, infatti, e l’altro del Palù erano già stati abbattuti a inizio anno a opera della Società dei 300 campi che li gestiva, sulla scorta della previsione di maggiori introiti dalla loro destinazione ad arativo rispetto alla rendita boschiva. Il dissodamento e la messa a coltura furono effettuati dalla società stessa. Risulta che il Palù sia stato diviso in trentatrè appezzamenti, dati in affitto a contadini. Differentemente da Chirignago, si conservò qui un relitto, un minuscolo frammento di Valdemare – circa due ettari – che tuttora sussiste, sebbene profondamente alterato nella sua struttura vegetazionale.

<<< torna all’inizio

Claudio Pasqual

§ § §

Pages: 1 2

Post navigation