Giorno 2, 23/06/2004 – dalla Foce del Noce ante 2.a chiusa – Ala (55km)
Livello idrico in aumento (17%)
Alle ore 8.50, dopo un sonno ristoratore ed una leggera colazione (tè nero e due cake a testa), abbandoniamo a malincuore il nostro bellissimo approdo e con una portata in aumento, carichiamo per la prima volta la canoa in modo razionale, sfruttando una spiaggetta proprio all’estremità del promontorio a forma di dente fra i due fiumi. L’operazione è agevole ma già siamo costretti a stare nell’acqua, fredda e limacciosa, fino ai polpacci.
I primi chilometri passano lisci, e in corrispondenza della Foce dell’Avisio non ci rendiamo neppure conto d’averla passata. Solamente la presenza di pietrosi ed una strana turbolenza dell’acqua ce lo fa intuire, ma in breve siamo già oltre. In questo tratto siamo nuovamente ai piedi delle montagne che qui, a nord di Trento salgono veramente verticali.
Passiamo accanto ad un grande deposito delle famose Eco-balle (il nome pare una metafora e addirittura un ossimoro allo stesso tempo): il “profumo” ci lascia storditi, talmente è delizioso! Si entra in Trento, che è quasi invisibile dal fiume per via degli argini con il parapetto, vista non molto gradevole. Al secondo ponte troviamo ancora il canestro usato nei giochi degli zatteroni, sospeso al centro del fiume e per poco non ci cozziamo la testa! Nulla da segnalare se non l’andamento quasi rettilineo del fiume tra Trento e Rovereto, un tratto che sembra infinitamente lungo da percorrere. Da notare la grande presenza di aironi e soprattutto oche.
L’unico approdo secondo noi agibile e piacevole si trova a valle del ponte di Mattarello sulla destra. Mentre nei pressi del Ponte di Villa Lagarina vi è una comoda rampa d’accesso e uscita che è riparata benissimo da un muro di grossi cubi in marmo, a valle del ponte sulla sinistra si trovano in successione tre comode spiaggette che danno su una vigna.
E finalmente intorno alle 12 giungiamo di fronte alla prima chiusa, quella di Mori. Ci avviciniamo sino a 200m senza scorgere nulla per abbandonare il.fiume, qualcuno da riva sbraccia urlando che è pericoloso. Effettivamente la corrente è medio-forte per essere al termine del bacino. Risaliamo quindi la corrente per 100m sino al ponte verde di ferro, all’altezza del ristorante “Tre pini”; approdiamo sotto il ponte che è l’unico punto con un po’ di spiaggia. In realtà si rivelano sabbie mobili che vogliono succhiarci via le scarpe! Inizia così la seconda penosa operazione di trasbordo.

Foto 3 – Sbarco forzato presso lo sbarramento di Mori
Una volta scaricata la canoa e trasportatala con l’equipaggiamento ai piedi dell’argine, abbiamo usato una scaletta più che instabile di ferro per portare su tutto, canoa compresa.
Giunti sull’argine, ho dovuto sfondare uno steccato (poi riparato) per poter salire. Stremati abbiamo deciso di pranzare ai “Tre pini” con una bella pizza. Sicuramente rincuorati, ma notevolmente appesantiti dalla digestione e dalla birra bevuta (una sola a testa!), abbiamo trasferito tutto al di là della diga, previa ispezione del tratto da parte mia, mentre Andrea piantona la canoa.
Il trasbordo dai “Tre pini” lungo l’argine e poi lungo il fiume dopo la diga è lungo circa 500-600 metri, ma l’ultimo tratto è assai sconnesso.

Foto 4 – Dopo il primo sbarramento, 1,5 km a piedi
Per di più siamo costretti a ripartire almeno 200 metri a valle della diga per la presenza di molti sassi lungo la riva, che ci costringono ad una partenza lampo, quasi da bob: pericolosa e sporca, in quanto ogni volta si imbarcano 2 litri d’acqua limacciosa. In realtà esiste un’uscita sulla sinistra proprio a 5 metri dalla paratia di sinistra. È un comodo ponticello di 0,5 metri, facilmente accessibile. Non esiste paragone con l’uscita limacciosa sotto il ponte. Rimane comunque il rischio di forte corrente presso la diga e il pericolo d’improvvise aperture di scarico. Inoltre, si è costretti, dopo la diga, a rientrare in acqua sulla sinistra: è il lato esterno della curva che segue poco dopo lo sbarramento; è importante portarsi immediatamente al centro per poi anticipare e tagliare il curvone sul suo interno. Andando per la tangente si rischia di cozzare contro i pietrosi sparsi lungo il lato esterno che creano inoltre delle belle onde da 50-60 cm.
Forti del passaggio riuscito bene della prima chiusa procediamo spediti. All’altezza di Crosano il fiume fa due curve accentuate, prima a sinistra e poi a destra. Purtroppo vi sono anche due ponti autostradali uno subito dopo la prima curva e l’altro cento metri dopo la seconda.
Ebbene, all’uscita della prima curva a sinistra ci troviamo i piloni, due cilindri di diametro 2 metri a 5 metri di distanza l’uno dall’altro, messi trasversalmente a 50° rispetto all’asse del fiume. Uscendo quindi dalla curva intravediamo prima il ponte e subito una secca sulla sinistra (lato interno in uscita), nonché una secca sulla destra che ci costringe a lasciare la prima al filo sulla sinistra, per poi portarci nuovamente al centro e andare in rotta di collisione del pilone centrale.
A venti metri dal pilone, ormai entrati nella zona di turbolenza, esitiamo troppo nel decidere se passarlo alla sua sinistra o destra. Indecisione quasi fatale, che ci porta comunque sulla sinistra del pilone. Per pura fortuna l’onda di ritorno che si forma sul lato sopracorrente all’ultimo momento ci fa filare a 5 cm dal cemento. Andrea prontamente dà una spinta con la pagaia, contribuendo un poco ad evitare l’impatto. Grazie all’intuito del costruttore, le pagaie sono rinforzate alle estremità con delle solide lamine d’acciaio rivestite in vetroresina.
Evitato il disastro (a lungo ho riflettuto sull’eventualità di una rottura del mezzo o peggio del suo ribaltamento in un caso come questo e le conseguenze, che potrebbero essere veramente tragiche!), acciaccati psicologicamente proseguiamo comunque passando con terrore il ponte autostradale successivo sino a giungere nel bacino ante la 2° chiusa. Un forte vento da Sud quasi cí ferma e a 500 metri dallo sbarramento sulla sinistra, ormai stremati, individuiamo l’unico punto per uscire. Tra giovani salici piantati da poco issiamo l’attrezzatura avvalendoci questa volta di una comoda scala in pietra per passare l’argine.

Foto 5 – Prima di Domegliara, verso l´ultimo canyon
Al di là di esso ci troviamo in un enorme vigneto di Pinot Grigio. È nella vigna che conosciamo Albertone e alcuni lavoratori intenti nelle ultime operazioni di defoliatura per il grappolo. Tutti si mostrano subito interessati al nostro viaggio, alla canoa, coprendoci di domande e facendo anche battutine sarcastiche com’è nell’indole dell’uomo che lavora la terra; mantenendo però sempre una bonarietà e – poco celato – rispetto e quasi soggezione nei nostri confronti. Alberto mi accompagnerà a rifornirci di acqua e qualche cibaria; inoltre darà utili informazioni su come passare la diga. nel miglior modo possibile.
Prima di sera vado a cercare un’entrata in acqua dopo la diga e trovo un unico punto, terribile! Con il consenso di Alberto ci accampiamo sotto la vigna e il mio compagno crolla presto dal sonno. Io mi aggiro ancora in uno stato di agitazione per lo scampato impatto frontale con il pilone autostradale e pensando soprattutto a quanti ponti, chiuse e inaspettati ostacoli ancora ci attendono; ma soprattutto, come sarà avventarsi contro la mitica quasi arcaica e nebulosa chiusa di Ceraino? Il nocciolo. Il plesso solare del fiume.
E forse è meglio cercare di dormire. Impresa poco facile anche questa: il bivacco nella vigna si è rivelato il peggiore di tutti, trovandosi stretto tra il fiume su un lato, e l’autostrada affiancata dalla ferrovia sull’altro. L’aria è satura di idrocarburi nonostante la stretta vallata. ospiti un costante vento. Pare addirittura che lo smog della pianura – Verona in particolare – in giornate con forte vento da Sud, venga spinto e incanalato sino a qui ed oltre, aumentando in modo allarmante i valori d’inquinamento. Per non parlare del frastuono prodotto dai mezzi su ruota, in particolare i TIR che passano in processione quasi ininterrotta, giorno e notte. Non oso immaginarmi il vino prodotto qui!
Dopo la brutta esperienza del giorno è un sollievo essere accolti da gente cordiale. Sarà. il fiume che unisce? Il fatto che comunque gli uomini hanno bisogno di trovare qualcosa che li accomuna? Ebbene: la canoa, il viaggio e l’esplorazione, che poi tocca pure terre differenti, è veramente un ottimo mezzo di comunicazione.