Dopo ciò abbiamo iniziato a “scaldare i motori”, le nostre braccia. Per convenzione, in un kayak biposto è chi siede a prua che svolge la funzione di capovoga: non vedendo il secondo, stabilisce il ritmo (velocità) e l’intensità della vogata; il secondo cerca di adeguarsi, anzi di “fotocopiarsi” al primo, per avere la massima resa, nonché la massima sicurezza della navigazione, essendo l’affiatamento del remo importantissimo in situazioni in cui si debba remare forte e in cerca d’equilibrio. Noi invece abbiamo una situazione anomala: chi siede a poppa governa in quanto il comando pedale-timone si trova qui, ma anche senza di esso abbiamo appurato che il prodiere ha una scarsa influenza nelle correzioni, in quanto il suo fulcro crea una leva minima. Essendo io quello di statura più alta, devo stare dietro; possedendo inoltre l’esperienza maggiore mi tocca dirigere Andrea che mi sta davanti. È un continuo compromesso dei ritmi, che scandisco a voce; dopo vari scontri fra le nostre pagaie raggiungiamo sincronismo che ad ogni bracciata perfezioniamo.
Dunque la prima mattina scorre veloce, noi con essa, tutt’uno con il fiume, e presto i nostri posteriori iniziano a sussurrare, borbottare, mugugnare ed infine prorompono in canti a squarciagola. Nel frattempo siamo in barca da quasi 3 ore, con una micropausa a Salorno. Inizia a piovigginare e sale una brezza tesa da Nord. che, certamente incrementa la velocità (anche senza vela, come nel nostro caso), ma raffredda il contesto.

Foto 1 – Presso Salorno
Verso mezzogiorno in cerca di un approdo, affamati e già quasi stanchi ci avviciniamo a Nave S. Rocco. Qui l’Adige descrive un’ampia deviazione verso: destra, abbandonando momentaneamente i suoi nipoti moderni, l’autostrada e la ferrovia, e va a scorrere alle pendici del Monte Gazza (2000m circa), il contrasto è impressionante: siamo due piccoli esseri, neppure così forti, trascinati da queste acque, ai piedi di questi giganti di pietra che già alle 16 nascondono il sole con le loro spalle possenti, creando un surreale crepuscolo.
Proprio sotto alla Paganella scorgiamo l’entrata a canale sulla destra. Ci apprestiamo a spostarci da quella parte ma deriviamo 100 m a valle e risalendo entriamo per 150 m nel Noce alla ricerca di uno stop. Troviamo un rifugio notevole.

Foto 2 – Confluenza del Noce nell’Adige
Nel primo tratto, escludendo Merano-Bolzano che comunque non offre assolutamente motivo d’interesse, se non per la possibilità di prendere confidenza col fiume, prima di scendere a valle, verso il mare, la foce del Noce è il primo vero e ottimo approdo sicuro, comodo soprattutto.
Per raggiungerlo (45 km) è sufficiente una mezza giornata ed è un buon consiglio fermarsi e godersi un pomeriggio, camminando lungo l’argine verso il ponte di Zambana Vecchia, sino al paese (1,5 km a piedi in 20 min), visitare la chiesa che si trova proprio al termine di una gola ripidissima e verdeggiante. Il posto sembra fermo nel tempo. Non scorgo anima viva, l’aria è ricca di profumi provenienti dai meleti e dai pioppi che emettono polline a tutto spiano. Interessante la presenza del Noce che provenendo dallo Stelvio apporta. acque ossigenate, molto pulite e trasparenti che modificano il colore dell’Adige verso un verde acciaio.
Il mio compagno di viaggio, Andrea, prende confidenza con ciò che è la barca, il GPS e lo spirito del viaggio d’esplorazione sul fiume. Decidiamo di fermarci per la notte, rinunciando a macinare altri chilometri per questa giornata; non intendiamo forzare, perché l’acido lattico può anche combinare guai. Lasciamo la barca in acqua, ormeggiata a prua e a poppa, il pozzetto coperto con il paraspruzzi per non avere brutte sorprese al momento di riprendere il viaggio. Non abbiamo considerato che in regime di piena, un canale come quello della Foce del Noce, dove abbiamo lasciato la canoa all’ormeggio, potrebbe scaricare di notte all’improvviso. Sempre meglio tirare la canoa fuori dall’acqua! Comunque l’ormeggio prua e poppa va bene, l’unico inconveniente è che se il livello aumenta, a parte il possibile sfregamento lungo i bordi, le cime si allentano portando la canoa più al centro del canale; in questo modo sarebbe preda più facile di eventuali corpi come tronchi provenienti da monte. Comunque la media è altissima, e possiamo permetterci di prendere fiato, senza strapparci i muscoli fin dal primo giorno; ma soprattutto vedere questo gigante tranquillo che scorre accanto a noi, senza produrre il minimo rumore, cosa che induce alla prudenza e alla cautela Per oggi tutto bene!
I Ponti da Bolzano a Zambana:
| 1 Ponte Adige | 7 Ponte Magre | 13 Ponte S. Michele |
| 2 Ponte Me-Bz | 8 Autostrada x2 | 14 Ponte Tn-Malè |
| 3 Ponte Vadena | 9 Ponte Cortina | 15 Ponte FS |
| 4 Ponte Maso Stadio | 10 Pista ciclabile | 16 Ponte Nave S. Rocco |
| 5 Ponte Ora | 11 Ponte Salorno | 17 Ponte Zambana |
| 6 Ponte Egna | 12 Ponte Mezzocorona |
Riflessioni sul 1° giorno.
Nel volgere di poche ore la nostra esistenza muta radicalmente. In acqua, sottoposti ad un costante rollio, e ad un quasi impercettibile movimento su-giù determinato dalla pressione delle pagale nell’acqua che alleggeriscono il kayak e quindi l’estrazione dall’acqua che comporta uno sprofondamento di 2-3 cm ad ogni pagaiata.
Gli unici rumori provengono dalle acque quando si creano onde rapide, o dai mezzi a motore lungo le rive, non molto numerosi in effetti. C’è il brusio di sottofondo dell’autostrada, che diventa lacerante quando le si è vicini. Altrimenti gli argini creano una sorta di zona afonica e sembra di essere già in un mondo parallelo.
I pochi umani che incontriamo si mostrano assai incuriositi dalla nostra presenza e spesso salutano animatamente, talvolta incitando. Per noi questi incontri sono molto utili, in quanto sono fonte di informazioni, in modo da localizzare il punto dove ci troviamo o per avere conferma di dati già in possesso.
Il viaggio è appena cominciato e già ci si confonde per il cambio di prospettive in rapporto ad una velocità sì elevata, ma relativamente alla canoa; mentre rispetto ai ritmi a cui siamo abituati e. costretti nell’era del telefono cellulare, pare di procedere finalmente al ritmo della natura. E non è poco: poiché quei 7-8 nodi a volte diventano 12 improvvisamente e posso garantire che se non ce lo si aspetta la sensazione è simile a decollare in aereo, essendo in questo caso la propulsione dell’acqua di migliaia di tonnellate e noi schizziamo come dei fuscelli. Dicevo del cambio di ritmo-velocità-percezione: in questi tratti dell’Adige vi sono rettilinei di a volte 5km e quando li si imbocca uscendo da .un curvone in accelerazione non si vede letteralmente l’orizzonte del fiume. Tutto si confonde, gli alberi infiniti lungo le sponde si sovrappongono alla prospettiva, a volte
sembra di stare in un lago enorme pieno di anfratti. E di colpo appare un airone che spicca il volo, stizzito per il disturbo. Non siamo mai riusciti ad avvicinarci ad uno di loro a meno di 30m.
Idem dicasi per le anatre che avendo ora i piccoli di circa 1 – 2 mesi gironzolano spesso; le madri allontanate al nostro sopraggiungere si impegnano in buffe simulazioni per distrarre la nostra attenzione dalla prole. Di solito la madre finge di avere un’ala rotta o comunque di non essere in. grado di volare ma solo di correre goffamente sull’acqua, con gran frullio d’ali e schizzi d’acqua. Procede così davanti a noi per anche 300 m; sin quando si accorge della nostra innocuità e se ne torna come un razzo dai piccoli, rimasti a nuotare nascosti sotto le fronde a riva.