Intervista a Guerrino Carpenedo

In questa intervista si parla di negozianti, mugnai e sarti; di farina del proprio sacco; di deviazioni del Marzenego; di tram azionati dal mulino; di cilindri, burati e mole; di tessere del pane; di 7 anni di militare; di grano sbarcato alle Barche; di olio di mais; di barene bonificate in proprio; di mugnai contrabbandieri;di bisati e pescigatto; e molto altro.
 Questa intervista / racconto è oltremodo interessante. Riproduce la vivacità del racconto in prima persona e fornisce un quadro realistico delle vicende personali, familiari e professionali dell’intervistato. Permette anche di seguire passo passo i cambiamenti avvenuti dal 1986 ad oggi e di misurare la distanza percorsa.

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INTERVISTA A GUERRINO CARPENEDO

mugnaio alla Cipressina  sul mulino del Gaggian

di CLAUDIO  ZANLORENZI

 

Aprile 1986

 

Io sono nato a Mogliano Veneto nel 1917 e quando sono tornato da militare  ho fatto il sarto. Ho imparato il mestiere di sarto lavorando fino ai venti anni sotto padrone, mentre mio papà era qua al mulino con mio fratello. Eravamo tanti fratelli, ma nessuno voleva venire al mulino, che era di mio padre dal 1938. Io sono venuto alla Cipressina nel 1946, non c’era nessuno dei miei fratelli disponibile e ci sono venuto io. In realtà ce n’era uno, ma non era all’altezza di gestire il mulino e così mi sono ingegnato e l’ho fatto io.

La mia famiglia non ha sempre fatto i mugnai. Mia madre e mio padre avevano negozi di alimentari, poi è stato preso il mulino. L’avevano preso perché avevamo negozi e usavamo il grano ma non riuscivamo mai a trovare la farina da polenta che volevamo: portavamo il grano ai mulini e invece del nostro ce ne davano di ritorno dell’altro. I mulini una volta erano così.

Avevamo tre negozi, uno a Preganziol, uno a Marcon e uno a San Liberale. Nel 1938 mio padre ha avuto quest’occasione del mulino ed è venuto qua. Anche perché c’era ancora l’acqua.

 

N.B. L’intervista si svolge in via del Gaggian a casa del sig Carpenedo nella sua abitazione che era l’ex mulino. Il consorzio di Bonifica Dese Sile ha deviato il corso del fiume Marzenego alcune decine di metri più lontano a seguito della rettifica e canalizzazione del corso d’acqua. Si spiega così l’affermazione del sig. Carpenedo.

 

L'ex mulino Gaggian alla Cipressina. Il fiume è stato rettificato e allontanato dal mulino.

L’ex mulino Gaggian alla Cipressina. Il fiume è stato rettificato e allontanato dal mulino.

Nel 1938 il mulino aveva la turbina perché avevano realizzato la rete del tramvia a Mestre nel 1911 e questa serviva a dare corrente elettrica alla rete del tramvia. Poi sono riusciti a avere la corrente elettrica in altro modo a costo minore. Insomma il mulino dava energia elettrica ai tram di Mestre prima che arrivassimo noi.  Hanno abbandonato quando la Cellina e l’Adriatica fornivano corrente elettrica in modo più continuato.

La turbina era qua (indica un angolo della stanza), qua dove abito ora c’erano i magazzini. Il mulino era a due piani e quando l’abbiamo comperato c’erano solamente i due cilindri e i due burati (macchine per separare la semola dalla farina), era piccolo. E in una stanza c’erano tre mole e si macinavano i botoi (tutoli o torsoli del mais). Ce n’era una per questi e una mola per il frumento. Poi c’era una mola per la polenta, ma non l’abbiamo mai utilizzata: la polenta si macinava coi cilindri, e poi c’erano i burati che la separavano. Così si faceva la polenta.

Eravamo io e mio fratello, ma dal 1950 c’era anche un altro uomo. Erano pochi i contadini che venivano qua a macinare da me, della Cipressina ci saranno state sei o sette famiglie che venivano. Noi lavoravamo per i negozi. Compravamo il grano e lo macinavamo. Lo comperavamo al mercato e basta. Erano pochi quelli che venivano col sacco. Questo nel 1938 , dopo in tempo di guerra si macinava per questo o per quello, cioè per terzi o per l’industria.

Questo mulino ha scelto di lavorare per l’industria anche perché con le tessere non avevamo lavoro. A noi davano cento chili di frumento e restituivamo settanta chili di farina e ventotto chili di crusca, mentre due chili erano di calo. Vendevamo anche farina da polenta come prodotto finito.

E tra il 1950 e il 1955 ho realizzato la parte nuova dell’edificio, costituito da tre piani.

Io sono partito militare  nel 1938 e sono tornato nell’ottobre del 1945 e quindi tutto questo periodo non l’ho visto. Ma non avevamo a che fare con tessere come mulino che produceva farina da polenta in quanto lavoravamo così: ci davano il granoturco, macinavamo, e lo stesso peso dovevamo restituirlo in farina e crusca.

Le tessere devono essere state utilizzate fino al 1950, ma noi come ti dicevo avevamo poco a che fare. A noi ci mandavano la lista, cinque quintali di grano a uno, dieci quintali a quell’altro e lo consegnavamo sul posto alle botteghe.

Oppure cento, duecento trecento quintali di grano arrivavano con le barche. Andavamo a caricare alle Barche a Mestre. Alle Barche arrivavano anche 500, 600 quintali. Per quanto riguarda Venezia c’erano altri mulini: due a San Giobbe, alla Giudecca, mentre lo Stucky macinava farina da frumento, ma macinava poco e lavorava di più quello a tre piani vicino alla stazione del treni a Santa Lucia.

Noi lavoravamo per Mestre. E curavamo anche la distribuzione. Noi per ordine della SEPREL, l’ente che distribuiva il grano e la farina da polenta. Il germe lo davamo all’oleificio di Mirano che faceva parte del mulino vicino alla stazione Santa Lucia  a Venezia, era la stessa ditta. A Mirano col germe facevano l’olio, l’olio di mais. Qualche volta il germe di grano l’abbiamo consegnato anche a Bergamo.

Il lavoro era più io meno sempre lo stesso, ma se non eravamo al mulino lavoravamo un pezzetto di terra poco fertile. Qua alla Cipressina c’era barena e la terra l’abbiamo sistemata noi quando hanno scavato il canale (cioè: Il fiume Marzenego). Andavamo a prendere la terra con un carretto e la portavamo sul campo, così da renderla più fertile.

Il mulino era in una zona bassa. Si andava sempre sotto acqua. Case intorno non ce n’erano, c’era soltanto il mulino. Avevamo prati, poi argini, siepi e fossati. Il Marzenego è stato rettificato nel 1975. Nel 1975 è venuto l’ing. Rinaldo e devo avere ancora la liquidazione, dopo diciotto anni. Ho continuato l’attività fino al 1972. Il mulino funzionava ad elettricità. Il lavoro rendeva ma per rendere molto bisognava avere il coraggio di fare i contrabbandieri. Noi non l’abbiamo mai fatto. Oppure comperare roba al mercato nero. C’era chi ha fatto i soldi in questo modo, c’erano mugnai che scappavano dalla polizia attraverso il tetto, erano gangster, avevano il coraggio per farlo. A quel tempo ci si arrangiava.

Il rapporto con l’acqua era dato dal fatto che dava forza idraulica, forza motrice, ma non elettrica. Dopo, nel 1945 eravamo senza acqua per  l’abitazione e senza luce della SADE. Un poco alla volta abbiamo avuto l’elettricità, poi l’acqua. Non avevamo l’acqua da bere, perciò mio padre andava a prenderla alla fontana della Paccagnella (località della Cipressina). Per far da mangiare si usava l’acqua del Marzenego, che era pulita.

Nel 1950 abbiamo installato una peschiera prendevamo bisati (anguille) e tanti pesce gatto. L’ho messa io. Funzionava così: passava in mezzo alle due pareti del salto d’acqua, era di ferro e si poteva alzare se veniva una piena. E’ per questo che l’ingegnere mi ha dato il permesso di tenerla (l’ing. Ceron). Era solida e di ferro. E’ rimasta fino al 1957, pochi anni. Comunque tenendola da aprile a ottobre si prendeva molto: quando avevamo finito di lavorar la calavamo in acqua e la mattina successiva trovavamo dal mezzo chilo ai due chili di roba. Ci siamo pagati la peschiera in sette mesi. Due volte i secchi non ci bastavano: sessanta, settanta chili di anguille. Un giorno, in pochi minuti (nb.Carpenedo si emoziona nel raccontarlo) verso le sei di sera, tuoni e lampi. In mezzora, con l’acqua già torbida, abbiamo iniziato a prenderne quattro chili alla volta. Le anguille perdono l’orizzonte quando l’acqua si intorbida, così si lasciano portare dalla corrente.

Poi quattro volte l’anno si tagliavano le erbe e allora c’era da lavorare. Queste erbe si fermavano, così dal ponte del mulino cercavamo di farle defluire con le forche. Si aveva molta paura dell’alluvione in caso di piena.

Avevamo buoni rapporti con il, Consorzio di bonifica, con l’ing. Ceron e il geometra Franz. Sempre avuto buoni rapporti, noi ci attenevamo a quello che ci dicevano. Veniva un uomo ogni tanto a controllare se si alzavano le paratie per tenersi l’acqua: se tu la tenevi restava senza quell’altro davanti. Perciò c’erano di quelle lotte tra i vari Cagnin, Ambrosini, Fabris (mugnai del fiume Marzenego). L’unico nostro problema era di scaricare le acque. C’era uno che chiamavano il guardiano dell’acqua, anzi Bepi dell’acqua, è di Zelarino, è vivo, avrà ottanta anni. Era chiamato così perché curava il taglio delle erbe sul fiume, ma lui è venuto prima di me sul Marzenego.

 

L'edificio del mulino oggi: è irriconoscibile.

L’edificio del mulino oggi: è irriconoscibile.

Claudio Zanlorenzi

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